Brexit, frenata della May: "Gli italiani restino qui". E chiede due anni in più

La premier: accordo creativo, ma non parla di cifre. Diritti garantiti ai cittadini europei

Alcune concessioni, spirito collaborativo dispensato a piene mani, un po' di nebbia. È quanto emerso ieri dal discorso fiorentino del ministro britannico Theresa May che ha chiarito alcuni punti importanti della posizione inglese sulla Brexit. Lasciando tuttavia ancora aperte alcune questioni sostanziali.

Innanzitutto il tema dei soldi che Bruxelles pretende da Londra: «Il Regno Unito onorerà gli impegni presi durante il periodo della nostra permanenza (nell'Ue)», ha dichiarato May. Un'affermazione importante, che chiarisce la posizione inglese su uno dei punti più dibattuti fino ad oggi. Anche se non si parla di cifre (alcune stime parlano di 20 miliardi di sterline, altre di cifre più alte), il primo ministro inglese apre anche sui contributi economici per i progetti di lungo periodo con l'Ue, affermando di voler continuare a partecipare e contribuire ai progetti comuni nel campo della sicurezza, della scienza, dell'educazione (come il programma Erasmus) e della cultura.

Il secondo punto importante espresso da May è la proposta di un interregno di due anni, a partire dal 29 marzo 2019, primo giorno effettivo del divorzio, durante il quale mantenere le stesse attuali regole economiche. L'obiettivo, esplicito, è quello di avere più tempo per definire gli accordi implementativi della Brexit.

Il terzo punto riguarda un'altra discussione fino a qui lungamente dibattuta in sede negoziale, quella dell'applicabilità della giurisprudenza europea nel Regno Unito. May ha affermato che i tribunali inglesi dovranno «essere in grado di prendere in considerazione le sentenze della Corta di Giustizia Europea per assicurare un'interpretazione coerente (delle leggi)». Pur non essendo chiaro cosa significhi «prendere in considerazione», l'affermazione del primo ministro inglese apre su uno dei punti finora più spinosi dei negoziati, quello della ricevibilità nell'ordinamento britannico delle leggi europee.

Tutto chiarito quindi? Non proprio. È l'economia il punto più fumoso del discorso di May. Al di là di continui richiami ad approcci condivisi, collaborazione, amicizia e valori comuni, il primo ministro inglese non è andato al di là dell'auspicio a un poco concreto approccio «creativo» di entrambi i divorzianti per trovare le soluzioni migliori, che non dovrebbero prevedere nuovi dazi: oggi non ci sono, perché prevederli domani? Una posizione fumosa, che lascia trasparire come a Londra non siano ancora chiare le idee, nonostante ieri May fosse accompagnata dal ministro degli esteri Boris Johnson, dal Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond e dal ministro per la Brexit David Davis: come dire, siamo tutti uniti.

Uno dei passaggi dell'intervento del primo ministro britannico ha riguardato i 3 milioni di cittadini dell'Unione che oggi vivono nel Regno Unito, fra cui circa 600mila italiani: May ha garantito che saranno rispettati i loro diritti e che lavorerà affinché possano rimanere a vivere nel Paese.

Nonostante le cautele e i distinguo che da più parti si levano dal campo europeo, le reazioni di Bruxelles sono improntate alla mano tesa: «Sembra che la posizione del Regno Unito stia diventando più realistica», ha detto il coordinatore per la Brexit dell'Europarlamento, Guy Verhofstadt. «Ha espresso uno spirito costruttivo», ha detto il capo negoziatore europeo per la Brexit, Michel Barnier. A Londra, invece, c'è ora da capire come i falchi prenderanno le concessioni fiorentine del primo ministro.