Il broker e l'amante morti avvelenati

Gli investigatori parlano di monossido di carbonio, ma i motori delle barche in porto devono rimanere spenti

Tanti particolari non tornano. Troppi dubbi si accalcano sulle ultime ore di Stefano Bertona e della sua giovane «fidanzata» russa. Una morte accidentale quella dell'imprenditore italiano e della bella Leila o una fredda, mascherata esecuzione? Chi è salito a bordo del piccolo yacht ormeggiato da sabato pomeriggio nel porto di Roses, in Spagna? Di certo, dopo la serata passata al ristorante, la coppia non è rimasta sola. Alcuni vigilantes hanno visto e sentito parecchio movimento all'interno del lussuoso Manò Marine: musica, grida, risate, un mini party, a base di alcol e coca- scopriranno l'indomani gli investigatori- che sarebbe andato avanti fino a notte fonda. Poi il silenzio. E di chi era a bordo solo ombre sfuggenti dileguatesi nel buio.

Una cortina di mistero avvolge la tragica fine del broker navale residente tra Genova e Torino (nel capoluogo piemontese vivono la moglie e i due figli, in quello ligure lui lavorava e si «divertiva»)) e della sua impiegata-amante. Ma soprattutto, ad impressionare, è lo strano assordante silenzio, accompagnato da risposte tanto forvianti quanto forzate. Quello delle autorità iberiche.

Risulta perlomeno singolare l'ipotesi avanzata da medici e polizia locale che ad uccidere la coppia sia stato monossido di carbonio fuoriuscito dai motori del natante. In porto i motori devono rimanere spenti e non c'è alcun bisogno di accenderli. A meno che non lo abbia fatto qualcun altro, sabotando gli scarichi, magari dopo aver addormentato i due. Naturalmente solo un'ipotesi. Ma che nessuno sembra voler prendere in considerazione. Come sembra azzardato pensare a un un'overdose «contemporanea». A meno che la droga non fosse «avvelenata».

I Mossos d'Esquadra, la polizia catalana, avvertono che per gli esiti dell'esame tossicologico ci vorrà tempo, ma Giorgio Bertona, fratello di Stefano, anche lui manager esperto che costruisce navi, non ci sta: «Impossibile morire di asfissia in un ambiente che è semiaperto con gli oblò spalancati e, soprattutto, i motori fermi, una regola di ogni porto».

E allora si indaga nei meandri delle esistenze parallele delle vittime. Il manager aveva conosciuto Leila Sultangarewa nel 2013. La ragazza lavorava in night della zona di Novara. Gliela aveva presentata un amico, a lui serviva una ragazza, bella e disinvolta, che lo aiutasse nel tessere rapporti commerciali coi nuovi ricchi dell'Est. Insomma lavro, ma quasi contemporaneamente anche sesso. Gli affari però stavano già soffrendo la crisi. Leila appariva un peso in più, dopo qualche mese se n'era andata, faceva la consulente esterna. Tornando ad esercitare probabilmente il suo «vecchio» mestiere. Senza però dimenticare Stefano, per lui faceva la hostess, teneva i contati giusti, di certo faceva ancora l'amante. Insomma una doppia vita. Come quella dell'imprenditore: una minima presenza coniugale, con la preoccupazione di non far saper nulla e trovare soldi sempre più da sudare in un'azienda in serie difficoltà e la voglia di costose trasgressioni. In «fabbrica» non era quasi mai presente, non si sapeva dove alloggiasse a Genova. Frequentava anche altre ragazze, aveva il debole per le russe. Storie passeggere, alla fine c'era sempre lei, Leila con la sua esistenza tormentata. E forse anche pericolosa, come i suoi vecchi e nuovi «amici» connazionali. C'erano già stati dei problemi, delle minacce, forse degli affari sporchi. Ma per ora, queste, sono solo suggestioni.