Bruxelles, scontro rimandato. "La vostra bozza? Vedremo..."

Rispettato il bon ton istituzionale, ma l'intesa non c'è Macron conferma la linea degli accordi bi e trilaterali

Al pre-vertice di Bruxelles, come previsto, non si trova una linea comune europea sulla crisi migratoria. Ieri si è semmai certificata la distanza di posizioni tra chi come l'Italia si trova in prima linea da anni e ora pretende un cambio netto delle regole e chi cerca sostanzialmente di lasciare le cose come stanno, salvo far mostra di aprirsi a delle novità. Da una parte, quindi, il premier italiano Giuseppe Conte, che ha cercato di svolgere il suo ruolo di «avvocato degli interessi degli italiani» presentando una proposta articolata e innovativa su cui si è imperniato il dibattito, e dall'altra il presidente francese Emmanuel Macron che, d'intesa col premier spagnolo Pedro Sanchez, ripropone quanto già anticipato sabato nel loro incontro all'Eliseo, condendolo con una specie di omelia supplementare sui valori europei e chiarendo che Parigi è soddisfatta che ieri le posizioni estremiste siano state messe ai margini e che al Consiglio Europeo punterà su accordi bilaterali e trilaterali come anche Berlino suggerisce.

Anche se in questa sede il linguaggio dei protagonisti ha rispettato il bon ton istituzionale, con Sanchez che ha parlato di «più punti d'intesa che di discrepanza» e ha promesso che «la proposta italiana verrà studiata», le distanze dunque rimangono. Nel dettaglio, il governo italiano propone di superare le regole di Dublino, «nate per altri scopi e ormai insufficienti». Bisogna «scindere il porto di primo sbarco dal Paese competente per l'asilo» e far passare il principio secondo cui «chi arriva in Italia arriva nell'Ue». Da qui discende la necessità di una responsabilità comune europea. È necessario, ha detto Conte ai 15 colleghi europei presenti all'incontro, rafforzare le frontiere esterne dell'Ue potenziando le missioni europee già in campo e stringendo accordi in Africa con Paesi terzi come la Libia e il Niger, anche per contrastare i trafficanti di esseri umani.

Ma il punto di massimo disaccordo con Francia e Spagna rimane: è quello relativo alla realizzazione dei centri di raccolta dei migranti. Per l'Italia devono essere «centri di protezione internazionale realizzati in Paesi di transito» (quindi in Nord Africa), per Madrid e Parigi si devono invece mantenere porti sicuri di accoglienza e centri chiusi su suolo europeo (quindi in buona parte ancora in Italia) gestiti dall'Ue, dove effettuare la selezione tra chi ha diritto di restare come rifugiato e chi deve invece essere rimpatriato perché privo di diritti in tal senso. E qui è il punto dolente: perché come ha ricordato Conte, solo il 7% dei migranti sono rifugiati, ma rimpatriare quel 93% (cioè una massa di centinaia di migliaia di persone ogni anno) in Paesi con cui non esistono accordi in materia e che spesso neppure si sa quali siano è facile a parole ma arduo nei fatti.

Attuando il piano franco-spagnolo, insomma, i «migranti economici» se ne resterebbero in Italia in attesa di improbabili soluzioni, aggravando le nostre tensioni sociali e politiche che poi si riverberano su un'Europa di nobili principi pronta a indignarsene a distanza di sicurezza. Per questo Conte chiede che i centri di accoglienza siano realizzati in diversi Paesi Ue («Non possiamo portare tutti in Italia e in Spagna»), il che risolverebbe anche il problema dei «movimenti secondari» che tanto preoccupa Francia e Germania.

E Macron? Fermissimo nella sua posizione di custode dell'ortodossia europea. Ha sottolineato astutamente le differenze tra il dialogante Conte e il populista Salvini, insistendo sulla presunta natura politica «legata a diversi contesti in diversi Stati membri» della crisi migratoria e assicurando che la discussione «ha permesso di escludere soluzioni non conformi ai nostri valori, quelle che chiedevano tattiche di respingimento».