Casamonica padroni di Roma: "Gli mettiamo il cappio al collo"

Blitz all'alba: 23 gli arrestati con l'accusa di usura e spaccio con l'aggravante mafiosa. I pm: "Continua sfida allo Stato"

Roma Capitale nelle mani dei Casamonica. Ancora arresti, 23 misure cautelari su 31 indagati, per il clan di sinti che da decenni spadroneggia nella capitale. Una famiglia di malavitosi paragonata dalla Dda, la Direzione distrettuale antimafia, alla gramigna, la pianta infestante che «più la estirpi e più ricresce». Un cognome che solo a nominarlo incute terrore. I reati? Estorsione, truffa, usura, droga, tutti commessi con l'aggravante del metodo mafioso. E con una lingua indecifrabile.

Fra gli arrestati 18 Casamonica, due Spada, Ottavio «Ciccillo» e Alizzio detto Leonard, un Di Silvio, tre Bellardini. Tutti appartenenti al potente clan nomade. Sequestrati vari beni tra cui gioielli, 400 mila euro in contanti, una villa ad Anzio e una lavanderia a Centocelle. Secondo i carabinieri del gruppo Frascati che hanno indagato anni sulle attività dei nuovi «re di Roma», nonostante l'arresto del capoclan, Giuseppe «Bitalo» e del pugile Domenico Spada detto «Vulcano» a luglio, la famiglia continua a imporre il pizzo in tutto il settore sud orientale della città. Ovvero all'Appio Tuscolano, Romanina, Quadraro e Casilino. Fra le vittime dei Casamonica, in passato, anche il conduttore radiofonico Marco Baldini e il figlio di Franco Zeffirelli. Chi non si sottomette diventa un nemico da «asfaltare». «Je strignemo il cappio ar collo» dicono durante un'intercettazione parlando di un poveraccio «strozzato» dai debiti. Interessi che superano l'85% l'anno: come quelli pretesi da Rocco Casamonica. Da una somma di 5mila euro la vittima, F.F., è costretta a sborsare rate da mille euro al mese fino a coprire un totale di 9700 euro. Base dei loschi affari sempre il vicolo di Porta Furba dove più volte Guardia di finanza, carabinieri e polizia sequestrano Ferrari e Lamborghini. I loro proprietari, del resto, sono evasori totali. Ma a Roma e nel resto della Penisola i Casamonica sono soprattutto quelli del funerale faraonico del capostipite, Vittorio, morto nell'estate del 2015.

Per «l'ottavo re di Roma» sopra la chiesa dell'Alberone si alzano in volo elicotteri che lanciano petali di rosa sulla folla. La bara è trasportata da un cocchio di cavalli, lo stesso che aveva portato il feretro di Totò. E i musicisti (mai pagati) suonano le note de «Il Padrino». Il vizio preferito dal clan? Commissionare lavori milionari e non pagarli. Come succede a un piccolo imprenditore del marmo che ristruttura, stile Dallas, una delle ville abusive dei sinti. Al momento di ricevere il denaro pattuito, e fatturato, per tutta risposta l'uomo viene massacrato di botte. Non abbastanza da farlo rinunciare ai propri soldi. Il coraggioso imprenditore denuncia i suoi aguzzini e li manda in galera. I Casamonica, però, non si fermano. A un noto imprenditore romano, proprietario di un'attività di illuminotecnica, i Casamonica ordinano materiale per 81mila euro. Al socio della World Luce Christian Barcaccia, Salvatore Casamonica paga un primo acconto di 5mila euro, poi altri 1500 euro. E basta. Una «crepa» da 75mila euro. Come si legge sull'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Gaspare Sturzo: «Le richieste nei confronti di Barcaccia erano fatte con minacce a volte esplicite, a volte larvate (...) nel corso degli anni pur essendo Casamonica inadempiente già dalla prima commessa». È Massimiliano Fazzari, collaboratore di giustizia appartenente alla 'ndrangheta, a paragonarli ai topi. Al cronista di Piazza Pulita Nello Trocchia, autore del libro «Casamonica», Fazzari spiega: «Un gruppo di romani davanti ai Casamonica non sono nessuno anche se sparano. Per capirli devi pensare ai topi. Sono milioni, escono e mangiano tutto. Loro sono tanti e senza scrupoli. Nessuno va a fare una guerra coi Casamonica. Perché sanno che quelli sparano o comunque vengono in tanti. Sei in venti e loro vengono in cinquanta. Dove vai vai, a Roma so' pieni di fratelli e cugini».