Caso Orlandi a un bivio. È nascosta nei denti la soluzione del mistero

La Procura vicina al Dna decisivo. La sorella della Gregori: "Speriamo sia la volta buona"

Roma «Vogliamo una tomba su cui piangere. Speriamo che questa sia la volta buona. Dopo 35 anni di bugie e depistaggi la mia famiglia vuole la verità. Il nostro, purtroppo, è uno dei tanti misteri d'Italia. Chi ha rapito mia sorella?». A parlare a il Giornale è Maria Antonietta Gregori, sorella di Mirella, la ragazza di 15 anni scomparsa a Roma il 7 maggio del 1983, un mese prima di Emanuela Orlandi. In attesa degli esami di laboratorio per estrarre il Dna dalle ossa rinvenute a villa Giorgina e compararlo con quello delle due ragazze, nonché per l'esame della dentatura del teschio, la Procura vorrebbe interrogare ancora Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore Bruno Giordano, compagna fra il 1982 e il 1984 di Enrico de' Pedis. Ovvero il «Renatino» della banda della Magliana che faceva affari con i mafiosi di Pippo Calò e i banchieri dello Ior. Secondo la donna il corpo della Orlandi, avvolto in un sacco, sarebbe stato gettato in una betoniera a Torvaianica, «impastato» con quello di un ragazzino di 11 anni, Domenico Nicitra, figlio di un pentito della banda. A sbarazzarsi della 15enne lo stesso de' Pedis. La betoniera? «Mai sequestrata» dice il proprietario Leonardo Bianco. Il racconto della Minardi, del resto, non convince: Nicitra viene ucciso da quelli della Magliana, si, ma 10 anni dopo la sparizione della Orlandi, tre anni dopo la morte dello stesso «Renatino», avvenuta nel 1990.

Eppure quello che racconta la donna del boss di Testaccio permette alla polizia di scoprire la presunta prigione di Emanuela, in via Antonio Pignatelli 13, nel quartiere Monteverde. In un sotterraneo un bagno e tracce di catene. Non solo. La Minardi parla anche del sequestro di Emanuela, prelevata e fatta salire da «Renatino» su una Bmw davanti la sede della scuola di musica in piazza Sant'Apollinare, a un passo da palazzo Madama. La stessa berlina rinvenuta, 25 anni dopo, nel parcheggio di villa Borghese. L'auto, coperta da uno spesso strato di polvere e incredibilmente sfuggita a ogni controllo, era ferma da anni. Il proprietario, il faccendiere Flavio Carboni, non ne ha mai denunciato il furto.

Insomma, all'indomani del ritrovamento nella dependance della Nunziatura apostolica in via Po di ossa umane appartenenti a due donne, gli inquirenti cercano di colmare, per l'ennesima volta, i buchi di un'inchiesta dai mille lati oscuri. I resti umani, qualora appartenessero a una o all'altra delle ragazze scomparse, potrebbero riaprire nuovi scenari. Fra le ipotesi investigative più agghiaccianti quella del magistrato Rosario Priore: alla base del sequestro di Emanuela Orlandi un prestito di 20 miliardi di lire ceduto da «Renatino» allo Ior di monsignor Marcinkus per finanziare la causa polacca di Solidarnosc. Denaro mai restituito alla banda: quanto basta per tenere in ostaggio una cittadina vaticana fino alla decisione di eliminarla. Perché, invece, rapire Mirella? La ragazza, figlia di un commerciante, viveva con la sua famiglia non lontano da villa Giorgina. Una coincidenza? Il pomeriggio del 7 maggio del 1983 Mirella esce per andare a un fantomatico appuntamento con un amico a Porta Pia. E sparisce per sempre.

Di lei parla il terrorista turco, l'attentatore di Giovanni Paolo II, Ali Agca: insieme con la Orlandi sarebbe stata nelle mani dei «Lupi Grigi», gruppo estremista turco. «Quando, nel 2012, si parlava dell'apertura della tomba di Enrico de' Pedis a sant'Apollinare - spiega Pietro Orlandi, fratello di Emanuela -, l'allora pm Giancarlo Capaldo, contattato dal Vaticano, andò a parlare con un autorevole prelato per una trattativa sul caso di mia sorella». Il patto? Carte e documenti segreti in cambio di un atteggiamento meno duro nei confronti della Santa Sede.