il caso di Pesaro 2

di «Lo aspetterò tutta la vita e lo amerò sempre», manda a dire Ambera Salij, diciannove anni, al suo uomo che ha crocifisso e scannato un ragazzino colpevole di farle la corte. Senza saperlo apre così una finestra sul lato meno frequentato di questi tempi di cupe cronache: e ricorda a tutti che accanto alla brutalità dei maschi esiste da sempre, nella scia di sangue che da lady Macbeth arriva a Rina Fort, e poi ai giorni nostri, la ferocia delle femmine; e che quanto più labili sono i legami dei ragazzi di oggi con precetti morali, legali, e persino di buonsenso e di buona educazione, tanto più quest'anima feroce trova spazio e cittadinanza.

Ambera, che si fa chiamare Ambra, e risponde dal balcone di casa alle domande che le urlano da sotto i giornalisti, per la vittima, per il povero Ismaele colpevole solo di averle sorriso per strada, non ha una sola parola di dolore. «Condoglianze», manda a dire alla famiglia, e suona quasi come una presa in giro. I suoi pensieri sono tutti per il suo Igli, per l'uomo - anche lui poco più che ragazzo, vent'anni appena - che per lei si è coperto di sangue, e cui giura eterno amore: e pazienza se sono promesse vuote, perché anche la dedizione è una dote faticosa e quasi perduta, e mentre il suo uomo invecchierà in carcere lei si troverà qualcos'altro da fare. L'importante è adesso impadronirsi della scena, vestirsi di orgoglio: ha ammazzato per me. E nella sceneggiata dal balcone di casa è facile cogliere i segni di una ignoranza nutrita da talk show televisivi che riducono i delitti a fumetti: ma anche il filo di qualcosa più antico e sottile, che fa ancora più paura della violenza di chi ha materialmente crocifisso e ucciso.