La Cassazione fa a pezzi i pm «Su Ruby non c'era nulla»

La Suprema corte pubblica le motivazioni dell'assoluzione e smonta l'accusa: «Berlusconi non sapeva che fosse minorenne e la credeva nipote di Mubarak»

Berlusconi diceva la verità quando giurava di non sapere che Ruby era minorenne; e diceva la verità persino quando, in buona fede, parlava della parentela tra la ragazza e Hosni Mubarak. Non è solo una sentenza di assoluzione per Silvio Berlusconi, quella depositata ieri dalla sesta sezione della Cassazione. È anche una sentenza di condanna per la facilità con cui per anni sono state portate avanti accuse terribili contro l'allora presidente del Consiglio, poste dalla Procura di Milano alla base di una inchiesta dall'eco mondiale e di un processo durato un anno, e trasformate dal tribunale milanese in una condanna a sette anni di carcere. Prima la Corte d'appello, e nel luglio scorso la Cassazione, annullarono quella condanna. Ieri arrivano le motivazioni con cui una sezione della Corte non sospettabile di simpatie per il Cavaliere arrivò ad assolverlo. E sono motivazioni di una asprezza inconsueta nei confronti del lavoro dei colleghi milanesi. Su un solo punto, la Cassazione va contro alla versione dei fatti fornita dall'imputato, ed è quando dà per assodato che le feste di Arcore avevano un «contenuto prostitutivo»: ma questa sul reale andamento delle serate, cene eleganti, burlesque, o incontri a luce rossa, è una battaglia che anche i difensori del Cavaliere alla fine hanno abbandonato. Perché l'essenziale, per Franco Coppi e i suoi colleghi, è che tutto accadeva tra adulti consenzienti. Fatti privati, senza rilievo penale.

Il primo punto che la Cassazione smantella è la conoscenza da parte di Berlusconi della vera età di Ruby nel febbraio 2010, quando arrivò ad Arcore. Se credeva che fosse maggiorenne, per legge non c'è reato. Ilda Boccassini durante l'indagine non si è mai soffermata su questo dettaglio cruciale, e la sentenza di primo grado se la cavava dicendo che poiché Fede sapeva dei 17 anni di Ruby, allora in base al quod plerumque accidit (tradotto: di solito va così) allora per forza sapeva anche Berlusconi. Ma è un sillogismo che viene liquidato come «generico e assertivo», mentre la logica dice il contrario: «Nulla accreditava l'ipotesi accusatoria secondo cui Fede, in contrasto con i propri interessi, avrebbe rivelato a Berlusconi la minore età». Nulla: scrivono proprio così, i giudici della Cassazione.

E la musica non cambia sul secondo capo d'accusa, la presunta concussione commessa da Berlusconi quando, dall'aereo presidenziale, chiamò la Questura di Milano per parlare di Ruby. «L'imputato, come riferito dallo stesso Ostuni, si limitò a segnalare il caso e a indicare la persona (Nicole Minetti, ndr ) che, portandosi in Questura, si sarebbe potuta fare carico della ragazza minorenne fermata». Nessuna pressione, dunque, semmai un comportamento «poco lusinghiero» del poliziotto che si mette a disposizione del premier. Ma il dato cruciale, e che la Cassazione dà per assodato, è un altro: a dare il via al rilascio di Ruby fu in realtà il pubblico ministero minorile Annamaria Fiorillo, che in interviste e deposizioni si è dichiarata vittima delle prepotenze, e che invece «finì sostanzialmente con l'autorizzare l'affidamento della minore alla consigliera regionale Minetti». D'altronde, in casi simili, la consegna a un adulto era prassi costante della questura di Milano, della Procura e della stessa Fiorillo. Persino la bistrattata faccenda della «nipote di Mubarak» viene affossata dalla Cassazione: Berlusconi, dice, ci credeva davvero. E comunque il dettaglio, subito rivelatosi falso, non ebbe alcun peso nella liberazione di Kharima el Mahroug.

Raramente si è letta, in una sentenza di Cassazione, una simile opera di demolizione di un processo. E alla fine si scopre anche che nell'assoluzione non ha avuto alcun ruolo la modifica al reato di concussione, indicata da molti come un «salva Berlusconi». Lo avrebbero assolto lo stesso. Mal che vada, dice la Cassazione, il Cavaliere poteva essere accusato di «interesse privato in atto d'ufficio». Ma è un reato che non esiste più da quasi 20 anni.