Che meraviglia quelle mostre così false da sembrare vere

Tele finte: a Genova chiusa la rassegna di Modigliani Ma il fascino della copia inganna anche insospettabili

Modigliani è il pittore che più di ogni altro ha dipinto da morto. Dal primo catalogo ragionato, l'autorevole Ceroni (1965), al secondo, il Patani che si muove sul terreno scivoloso anche dei disegni (1991), le opere del pittore livornese, scomparso prematuramente nel 1920, si sono immillate nelle collezioni private e nei musei pubblici. Gli esiti di questa prolifica attività post mortem sono mirabolanti; ieri a Genova è stata chiusa con tre giorni di anticipo la mostra in corso a Palazzo Ducale, dopo le polemiche sui presunti falsi e l'intervento della Procura che ha emanato un decreto di sequestro di alcune opere, e indagato tre persone tra cui il curatore Rudy Chiappini. Quattro anni fa la «maledizione modì» aveva colpito Christian Parisot, addirittura presidente degli archivi legali, che era stato arrestato con l'accusa di aver falsificato una serie di disegni e di grafiche e perfino 4 sculture in bronzo. Sculture in bronzo che è difficile far passare per vere, visto che il buon Amedeo non ha scolpito che teste in pietra, peraltro facili da imitare se si pensa allo scherzetto del 1984, quando un gruppo di burloni livornesi disse di averne trovate alcune in un canale; un tranello in cui caddero numerosi autorevoli studiosi a cominciare da Giulio Argan.

Ma quante volte ci è capitato di visitare una mostra e di ammirare tra gli originali anche dei falsi? Certo, la cosa talvolta non sfugge agli esperti che riconoscono con un colpo d'occhio il fake, si pensi a quando nel 1983 Federico Zeri beccò con un semplice sguardo il falso kouros greco che il Getty Museum di Malibù stava acquistando e, nonostante l'avvertimento del critico italiano, acquistò per 7 milioni di dollari; e ci volle un decennio prima di emendare l'errore. Altre volte però l'inghippo è più complicato perché tra expertise ed autentiche, fondazioni e archivi, vedove ed eredi, curator e critici, falsari e ricettatori, i reati di «contraffazione» (produzione di un'opera totalmente falsa), di «alterazione» (per esempio aggiunta di una firma falsa), di «riproduzione» (copia di opera d'arte originale) sono all'ordine del giorno. Anche perché gli autori top, tra cui appunto Modigliani, valgono decine di milioni di euro, se non centinaia. E fermiamoci qui, perché i falsi nell'archeologia alimentano, da almeno un paio di secoli, un mercato fiorente e pieno di insidie.

In ogni caso, ce ne è per tutti i gusti. L'anno scorso a Treviso, alla Casa dei Carraresi, erano in mostra numerosi bei disegni di Bacon, dalla collezione Cristiano Lovatelli Ravarino, che la critica, in parte, disconosce. Sempre l'anno scorso e sempre in Veneto, a Padova, suscitò numerose polemiche la mostra di Banksy dove erano esposte copie, ma non si capisce perché visto che neppure si sa chi è il vero Banksy, e una delle caratteristiche della street e della pop art è proprio la riproducibilità (Warhol insegna). L'arte antica invece non dovrebbe essere replicabile, eppure solo di Caravaggio circolano nel mondo una sessantina di opere in attesa di giudizio. Di Schifano poi non parliamone: alcuni dei critici più avveduti sostengono che in Italia esistano almeno 20 mila quadri falsi dell'artista romano che pur fu assai prolifico, ma mai quanto i suoi falsari. E non parliamo di alcuni dei top degli anni Sessanta, di cui girano opere perfette, linde e lucide, bianchissime come se il tempo non fosse mai passato e di cui molti curator cominciano, sottovoce, a dubitare. E che dire di De Chirico che giocava firmando i falsi che gli portavano, mentre disconosceva i propri originali?

Si è appena chiusa a Tel Aviv la mostra «Fake?» in cui erano esposti i più bei falsi d'autore mai realizzati nella storia, specie i Vermeer dell'olandese Han van Meegeren che erano più veri del vero. D'altro canto, nell'arte contemporanea l'idea del falso comincia ad avere poca sostanza, visto che l'artista spesso non ne è l'autore materiale. Dell'orinatoio di Duchamp, il più celebre ready made della storia, non esiste originale (che fu buttato nella spazzatura), e nei musei ci sono appunto repliche volute dallo stesso artista che considerava importante solo la firma, peraltro uno pseudonimo.