Da colonia a tigre economica L'India corre più degli inglesi

I disastri di Brexit e la rapida crescita degli ultimi 25 anni portano il Pil di Nuova Delhi al quinto posto mondiale

Roberto Fabbri

Secondo le previsioni degli esperti sarebbe dovuto accadere nel 2020, ma la Brexit ha accelerato i tempi dell'evento: l'economia indiana ha superato quella del Regno Unito, la sua potenza coloniale fino a settant'anni fa.

Come spesso accade in questi casi, i conteggi per arrivare alla trionfale dichiarazione sono un po' avventurosi, e poi vedremo quanto. Tanto basta però al ministro indiano degli Interni, Kiren Rijiju, per cantare vittoria. «L'India supera la Gran Bretagna e diventa la quinta economia mondiale dopo gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone e la Germania. Abbiamo una popolazione più grande - concede il ministro di New Delhi - ma comunque è un gran salto».

Effettivamente il Regno Unito, con i suoi 64 milioni di abitanti, fa la figura del pigmeo accanto al miliardo e 267 milioni del colosso indiano, secondo Paese più popolato del mondo dopo l'ancor più colossale Cina. Ma quello che colpisce non è questo: è il fatto che il sorpasso anticipato della ex colonia, per decenni Paese simbolo della fame e della povertà diffusa, sia stato reso possibile - oltre che dalla rapida crescita dell'economia indiana negli ultimi 25 anni - dal tracollo del valore della sterlina, effetto collaterale del referendum della scorsa primavera nel Regno Unito sull'addio all'Europa. In conseguenza del calo del 20% del valore della moneta britannica dovuto alla Brexit, infatti, il prodotto interno lordo (Pil) di Londra del 2016 si è assestato a 2290 miliardi di dollari, mentre quello indiano ha raggiunto i 2300 miliardi.

Un sorpasso di misura, quindi, frutto più delle alchimie valutarie che di variazioni sostanziali delle dinamiche economiche dei due Paesi. Il Times of India, tuttavia, sostiene che nei prossimi anni questa tendenza sarà rafforzata «anche se le valute dovessero fluttuare». Infatti - scrive il principale quotidiano indiano citando un rapporto del think-tank Centre of Economic and Business Research - le previsioni di crescita dei due Paesi da qui al 2020 e anche oltre sono molto diverse: il Pil di New Delhi dovrebbe salire a un ritmo compreso tra il 6 e l'8% annuo, mentre quello di Londra è stimato tra l'1 e il 2%. Facile dunque prevedere che il divario a favore dell'economia indiana continuerà ad ampliarsi.

La storia economica dell'India racconta di fasi molto distinte. Fino al 1700, insieme con la Cina, l'India costituiva una delle principali potenze mondiali: si calcola che i due grandi imperi asiatici «pesassero» ciascuno per il 23% del Pil mondiale. Ma già nel 1820 si era osservato un marcato declino, che portò l'India a pesare per circa il 16% del prodotto interno lordo mondiale, diventato un drammatico 3,8% nel 1950, pochi anni dopo il recupero dell'indipendenza perduta nel XVIII secolo ad opera dei colonizzatori inglesi.

Questa aveva contribuito alla decadenza dell'economia indiana orientando l'agricoltura verso colture destinate all'export e condannando l'artigianato locale alla crisi con l'arrivo dei prodotti industriali provenienti da Londra. Il colpo fatale fu inflitto dalla grave crisi degli anni Trenta, con gli incontrollabili alti e bassi della congiuntura mondiale. Ciononostante le grande dinastie mercantili indiane mantennero sempre un chiaro vantaggio sui colonizzatori. Un regime di fatto socialista a partire dagli anni Cinquanta non aiutò l'India a uscire dalla sua povertà: solo a partire dagli anni Ottanta l'abbandono dell'economia pianificata voluto da Rajiv Gandhi consentì l'inversione della tendenza fino al simbolico sorpasso annunciato ieri.