Quella condanna per i bimbi sottratti

L'estate è una stagione di sole e relax ma, con la chiusura delle scuole, per molti partner infelici si aprono le porte delle possibili fughe con tanto di bambini al seguito, nella speranza di farla franca.

La condanna a cinque anni di reclusione inflitta da una Corte spagnola a Juana Rivas è stata definita dal suo legale un «fallimento del sistema giudiziario» ma, al contrario, per me, costituisce un mezzo miracolo rispetto ad una realtà ben diversa.

In questa vicenda l'avvenente Juana, cittadina spagnola, sottrae i due figli minori al marito italiano con cui gestiva un B&B in Sardegna, torna in patria, con la scusa di far visita alla famiglia e non fa più ritorno, giustificando il gesto con asserite quanto generiche violenze subite da lei e dai bambini.

Tipico caso di sottrazione di minori, che si intreccia con il tema degli abusi familiari, utilizzati in genere come artificiosa scusante e motivo del gesto.

Il marito, attivandosi in ogni sede possibile, riesce a conseguire quattro diverse pronunce, italiane e spagnole, che decretano variamente declinate l'infondatezza pretestuosa delle accuse predisposte dalla donna e l'inversione della custodia dei figli.

Eppure l'opinione pubblica si spacca perché in Andalusia, suo paese natio, Juana, riesce a far breccia nei media e promuovere una sottoscrizione di centomila firme ed incassare a proprio favore addirittura l'endorsement del Governatore (donna) della Regione: forte di questo la madre si sottrae dolosamente all'esecuzione delle sentenze.

L'epilogo è però la consegna spontanea - e non è un dettaglio da poco della donna in un Commissariato di Granada assieme ai figli, immediatamente trasferiti in Italia dal padre, con la severa condanna penale della Corte iberica in capo a Joanna, che ora rischia il carcere vero.

L'happy ending del papà sardo, che ci riconcilia con la giustizia, è però un'eccezione rara in un contesto statisticamente ben più demoralizzante in cui basta una diversa variabile per instradare su un binario morto le disperate implorazioni di madri e padri che si vedono strappati i figli, condotti all'estero dal coniuge o partner.

In questo caso il papà della contesa deve ringraziare una serie di coincidenze favorevoli: la nazionalità della moglie, il luogo della fuga, la collaborazione stretta per diritto e pattuizioni internazionali fra Italia e Spagna ma, in particolar modo, la grande efficienza dimostrata dagli spagnoli nel gestire il suo caso, tale da aver indotto Juana a desistere spontaneamente.

Sarebbe bastato un incaglio o un diverso dettaglio e oggi questo uomo sarebbe ancora qui a struggersi, girare per Tribunali e ricorrere ad appelli pubblici e in tv .

Il sistema nostrano, per fronteggiare la sottrazione internazionale di minore, è di fatto tanto farraginoso constando di diversi fronti di attivazione legale quanto insufficiente a fornire risposte concrete e celeri, impantanandosi sovente nelle lungaggini, soprattutto dei Tribunali per i Minorenni, di un meccanismo giudiziario giurassico dai tempi elefantiaci, spesso connotato da inerte e pilatesca prudenza.

E così l'automatismo fra la gravità ingiustificabile del gesto e le conseguenze che dovrebbero essere immediate e durissime in capo al responsabile, senza quasi nemmeno possibilità di replica si arena, con buona pace della disperazione del genitore-vittima.

Se poi il paese di destinazione è extra-UE, in special modo qualche esotica meta in cui non vi sono accordi di reciproco riconoscimento delle pronunce, tanti saluti e grazie.

Quindi si dia pace il legale spagnolo di Juana e ringrazi il fatto che, dovesse mai capitare a lui, se ad esempio la moglie fuggisse con i figli in un altro Paese, magari l'Italia, constaterebbe gli effetti di un ordinamento purtroppo meno efficiente e severo in cui difficilmente vi sarebbe una spontanea consegna in Commissariato o una condanna così immediata per la tempistica e severa, per la pena comminata.