Conte al Quirinale e Salvini dimissionario: dai lapsus politici gli unici lampi di verità

Da Di Maio a Toninelli, tutti smascherati dalle "papere" dette ai microfoni

Politica e lapsus. Più formidabili dei retroscena, più autentici delle interviste che impagina Rocco Casalino, sono rimasti i lapsus le ultime finestre di verità. Nella tempesta giudiziaria che minaccia il sottosegretario delle Infrastrutture Armando Siri, il salvagente (chi l'avrebbe mai detto) gli è stato lanciato da Luigi Di Maio che da settimane ne ordina, ne pretende le dimissioni. Non le sue. Ma quelle di Matteo Salvini. Intervistato pochi giorni fa in radio, che è il mezzo che amplifica la sfrontatezza, Di Maio ha infatti dichiarato: «Credo che anche Salvini farà la scelta giusta, anche perché ci sono ormai anche parlamentari della Lega che mi dicono che Salvini dovrebbe dimettersi». Immediatamente corretto dal giornalista che lo intervistava, Di Maio ha precisato che naturalmente si riferiva a Siri ma senza nulla togliere che pensasse a Salvini.

Stagno incontrollato dove nuotano paure e ambizioni, non serve Freud - che in Psicopatologia della Vita quotidiana ne svelò la carica - per riconoscere che in tempi di dissimulazione e verità contese, il lapsus rompe il copione e ci smaschera. Vi ricordate il premier Giuseppe Conte? Ebbene, prudente e quasi impalpabile, lentamente ha iniziato a togliersi il costume del servo dei due padroni (Di Maio e Salvini) e indossare l'abito di uomo di Stato. Nessuno immaginava le sue reali aspirazioni («Finita questa esperienza tornerò all'insegnamento», ripeteva) fino a quando un lapsus le ha illuminate. A Potenza, a febbraio, a quanti lo interrogavano sull'autonomia, Conte ha risposto: «Io, in quanto presidente della Repubblica, ho il compito di garantire la coesione nazionale». Lo hanno fermato i cronisti, e questa volta il lapsus è stato loro: «Lei è presidente della Camera». Conte è ovviamente presidente del Consiglio e davvero si augura di completare il suo mandato di quattro anni e di non interrompere la sua esperienza di governo. Ce la farà? Non ha dubbi (anzi, sicuramente li ha) Matteo Salvini che l'esecutivo non cadrà nonostante i contrasti e le divergenze che ogni giorno lo tormentano. «Questo governo durerà. Durerà 4 mesi Volevo dire 4 anni». Forse intendeva raccontare quello che la mente pensava ma che la lingua tratteneva. Tutti sanno oramai che i lapsus sono atti mancati (Fehlleistungen), sentieri interrotti, azioni impedite come l'ultima sigaretta di Italo Svevo che non riusciva mai a smettere di fumare. Ma il lapsus di governo più eccezionale è stato di Siri che, ospite di Tagadà, ha scordato che il suo ministro è Danilo Toninelli. «Ma non è ministro Toninelli!» ripeteva sbigottito fin quando un deputato Pd gli ha ricordato che era proprio lui. «Ma come, alle Infrastrutture c'è, c'è». C'è Toninelli che ci ha abituato ai suoi errori, alle sue insuperabili convinzioni. Nel suo caso, il lapsus è l'alibi rifugio per tirarsi fuori dai guai. «Tanti imprenditori usano il tunnel del Brennero». Magari. Il tunnel è ancora in costruzione ma Toninelli, che non lo sapeva, ha dato la colpa ai soliti giornali e ricordato che il suo non era altro che un banale «lapsus» e che mentre tutti polemizzano lui, invece lavora dalle 16 alle 18. «Mia moglie è preoccupatissima. Danilo mi dice - non stai mai con la famiglia. Lavori sempre». E qui non si sa se si tratti di lapsus o di una semplice sventura.