Controriforma di D'Alema: via il governo, poi ci penso io

L'ex premier prova a svegliare la fronda Pd: non sperate in modifiche all'Italicum, al referendum voteremo No

Z itto zitto, all'insaputa di tutti, Massimo D'Alema al ritorno dalle ferie ha smontato la riforma Renzi e ne ha fatta una nuova di zecca. Niente Bicamerali, stavolta: l'ex premier ha messo al lavoro «tre costituzionalisti», non meglio identificati, e ha cucinato «mezza paginetta» (altro che la sarabanda di articoli faticosamente riscritti da Maria Elena Boschi) con la quale ha dimezzato di netto tutti i parlamentari e corretto con un tratto di penna il bislacco bicameralismo all'italiana. Certo, a differenza della riforma Boschi quella D'Alema non è passata sei volte al vaglio del Parlamento, e per ora è tutta e solo nella testa del suo ideatore. Ma queste sono quisquilie e pinzillacchere, come direbbe Totò. «La presenterò presto», annuncia D'Alema. A chi, non è chiaro. Probabilmente all'intero popolo italiano, per meglio spiegargli perché occorra votare «No» al referendum, e cassare la riforma approvata: «Perché non è vero che se passa il No non si faranno più le riforme». C'è la sua, già pronta, e vararla - una volta tolto di mezzo Matteo Renzi - sarà un attimo. Sul premier D'Alema è scatenato: «Ha spaccato il Paese, accumula sconfitte su sconfitte, è l'erede di Berlusconi».

L'occasione per il lancio della contro-riforma dalemiana sarà la manifestazione della «Sinistra per il No» convocata per il 5 settembre a Roma per rianimare quella che all'ex premier sembra una campagna un po' sottotono: «In troppi cincischiavano», occorreva una sveglia. La critica è rivolta soprattutto alla tormentata minoranza Pd, che ancora non ha deciso che pesci prendere. La stesura di un documento per il «No» è stata affidata al bersaniano Davide Zoggia (che l'altra sera era a sentire D'Alema alla festa dell'Unità di Vicenza). L'idea di alcuni era di renderlo pubblico prima del 5 settembre, per evitare di apparire a rimorchio di D'Alema. Ma Bersani e Speranza hanno frenato: con l'emergenza terremoto in corso, e il profilo ecumenico scelto da Renzi, c'era il serio rischio di apparire allo stesso elettorato Pd come i soliti piantagrane che si occupano solo di beghe interne. Di qui la decisione di disertare l'appuntamento dalemiano e di rinviare le grandi manovre: «Un documento ora sarebbe prematuro», confidano. E Zoggia stesso si occupa di giustificare la frenata: «Noi chiediamo un impegno formale a modificare l'Italicum. Se non arriverà, allora è chiaro che faremo le nostre scelte». Quando? La parola d'ordine è: aspettare il discorso con cui Renzi, l'11 settembre, concluderà la Festa dell'Unità a Catania. «Vedremo cosa ci dirà».

D'Alema su questo però si mostra assai più lucido: «Non polemizzo con Bersani, ma è chiaro che nessuno cambierà l'Italicum prima del referendum». E infatti Renzi non ha intenzione alcuna di promettere modifiche alla legge elettorale: «Aspetteremo la pronuncia della Consulta a ottobre, e poi si vedrà», dicono i suoi. Quanto alla minoranza, «toccherà a loro spiegare perché, dopo aver votato sì alla riforma in Parlamento, ora chiedono ai cittadini di votare No». Quanto agli attacchi di D'Alema, in casa renziana la replica è ironica: «Che dio ce lo conservi». Roberto Giachetti è secco: «D'Alema rappresenta una posizione di conservazione», e il suo scopo non è la scissione, «che viene minacciata ma non praticata, perché conviene di più lucrare bombardando dall'interno». Il suo «obiettivo dichiarato» è «abbattere Renzi, il suo governo e il Pd, che democraticamente è a guida Renzi».