Il coraggio di mostrare la sua bellezza sfiorita

Lei è sempre stata una guerriera, il suo corpo la mano armata di un intelletto vivace, rivoluzionario, travolgente. La sua arma di seduzione e di ribellione. Usato per prendere in giro se stessa e un sistema da scardinare con strategica irriverenza: «no fur» si era scritta sul petto in bella mostra, per dire un no deciso alle pellicce e alla vanità di chi le indossava. Odiata, ma soprattutto invidiata. E amata. Amata moltissimo da uomini illustri, potenti, tanto da farne una regina. O da uomini persi e per i quali perdersi, per ritrovarsi, però, più forte di prima. Più consapevole, più spregiudicata, più vera. Senza paura della verità e di essere contro. Contro il conformismo, contro il falso moralismo, contro quel politically correct che sta modificando la percezione della realtà: «Chiamiamolo cancro, non la malattia», ha detto di quel mostro che se l'è mangiata piano piano da dentro, senza però portarle via l'energia vitale e l'ironia: «Sono una tumorata di Dio», e rideva. Un sorriso blando, accennato, lo ha anche nel video testamento nel quale racconta di aver usato le cure palliative, invitando altri a farlo nella fase terminale e dolorosissima dell'esistenza, dove quel corpo, che lei tanto ha amato, dona atroci sofferenze. «Io non sono la malattia», diceva. E invitava chi ha il cancro a non diventare quel veleno, quell'alieno che s'impossessa di un corpo e che, quasi avesse una volontà propria, sembra voler rubare anche l'anima. Lei l'anima non gliel'ha lasciata mai. Anzi, quel corpo lo ha usato ancora, fino alla fine. Per se stessa, andando alle feste in carrozzina, continuando a ridere e a vivere «una vita che troppo spesso buttiamo via». E per gli altri, lottando ancora fino all'ultimo per denunciare i ciarlatani che si approfittano della sofferenza per arricchirsi. Mostrandolo ancora quel corpo. Ma questa volta gonfio, sfigurato oppure fermo, immobile, con il coraggio di «esibire» la sua bellezza sfiorita a causa del male. Lei con il cancro ha vissuto 16 anni. Si può, si deve dice - ma con la medicina ufficiale. E poi con quelle cure che accompagnano alla fine della vita con dignità, permettendo di rimanere in casa, vicino a chi si ama. Per vivere ancora ogni minuscolo istante. Come quelli che di lei restano oltre il suo corpo. Oltre la morte. Marina è un'icona. Un'icona con sostanza. La sua celebrità è frutto della sua storia: amori, libri, vestiti, la frequentazione di un mondo culturale e politico che ha fatto la storia d'Italia, le battaglie sociali. Lei era il segno dell'eccesso e della provocazione. Lo è stata fino all'ultimo, fino a scioccare, a turbare, visibile e diretta fino alla morte. Una provocazione tragica, questa volta. Ma che diventa immensa perché attinge alla vita, per lasciare alla vita qualcosa che vada oltre a se stessa.

Commenti
Ritratto di Giano

Giano

Dom, 07/01/2018 - 12:30

Voi lo chiamate coraggio di mostrare la bellezza sfiorita. Per me è una patologica forma di esibizionismo che sfrutta anche la malattia e la morte per ricercare l'attenzione e mettersi in primo piano. Una volta, per pudore, si taceva su malattie e tragedie familiari. Ora sta diventando quasi un motivo di orgoglio esporre e lavare i panni sporchi in televisione, nella pubblica piazza mediatica. Una persona normale resta a casa, in silenzio ad aspettare la fine; come fanno migliaia di persone che muoiono per cancro e tumori. Non va in televisione a mostrare il volto devastato dalla malattia e dalle terapie sbagliate per lanciare messaggi al mondo. Questo si chiama esibizionismo della peggiore specie, non coraggio.