"Così una foto colpisce più di migliaia di vittime"

Magatti: "L'indignazione scatta perché le immagini mostrano la profanazione della purezza"

Il mondo che si accorge e rallenta. Per un attimo, un istante aspetta. Le facce immobili, i capelli riccioluti, le braccine a penzoloni, adulti di corsa con corpicini in braccio a penzolare. Il gas sui bambini, l'indignazione del mondo che scatta, come una molla, innesca la risposta automatica di un coro che urla no. Immagini che diventano simbolo, che scatenano rifiuto, dissociazione netta. «Vedere quelle fotografie di bambini uccisi dal gas ha fatto risuonare un punto nella nostra coscienza collettiva, ha portato l'asticella al limite, ci ha fatto ricordare che non siamo ancora totalmente assuefatti alla violenza a cui siamo continuamente esposti, che, in fondo, siamo ancora vivi, e che soprattutto la nostra umanità non è morta». Mauro Magatti racconta i meccanismi mediatici con la lente d'ingrandimento del sociologo. «Le foto dei bambini non passano sottotraccia perché quei bambini siamo noi». Noi che guardiamo, che ci immedesimiamo in quell'esserino attonito e indifeso davanti ai crimini di guerra. «Vedere i bambini vittime di questi eventi è terribile perché ci suscita una doppia sensazione: da una parte ci rimanda all'innocenza e alla purezza, e dall'altro ci fa avvertire un profondo senso di profanazione: una profanazione collettiva».

Fotografie che raccontano, che fanno la storia, la bambina del napalm che corre nuda in Vietnam, gli occhi della ragazza afgana con dentro tutto il dolore del mondo, il piccolo Aylan che annega vestito di tutto punto, con addosso ancora le scarpine blu, disteso sulla riva come se dormisse. Lo strazio di un padre che lo raccoglie e piange. L'orrore del mondo che diventa empatico, che sente, che almeno ci prova a immaginare quel dolore immenso e ingiusto, fotografia maledetta di un destino bastardo. «Assistere a immagini di guerra, vedere foto di adulti che muoiono è atroce ma l'occhio dello spettatore è sempre portato ad avere retropensieri, a schierarsi psicologicamente da una parte o dall'altra. Insomma non si ha mai uno sguardo totalmente obbiettivo. Con i bambini invece è diverso, in questo caso la purezza è preservata».

È sempre difficile capire i meccanismi mediatici, spiega il sociologo. «Nel caso della Siria c'è da fare una considerazione. La bomba con il gas è un fatto dirompente, che attiva un circuito mediatico per la radicalità di questo effetto, è la sua notiziabilità, la sua puntualità nel tempo che ha dato ancora più risalto all'evento. Non a caso anche parlando di notizie, si parla di bomba. Eppure, quanti bambini in Africa muoiono ogni giorno nel silenzio, e nell'indifferenza di tutti?». La carestia, la siccità, sono cose ben diverse da una bomba. Il mondo rallenta, poi riprende la corsa e fugge ancora via.