Cosa spinge i papà a uccidere quei figli disabili

Qualcuno ce la fa, qualcuno non ce la fa. Non ci sono migliori e peggiori. Il peso è talmente grande, un figlio handicappato, che per reggere bisogna godere di ottima salute, una buona dose di speranza, e tanta, tanta, tanta forza. Soprattutto (...)

(...) la forza di resistere alla disperazione. Questa signora sguaiata e insolente si insinua nei modi più impensabili. Il suo momento preferito, la sera. Appena spenta la luce. Mentre la stragrande maggioranza dell'umanità pensa alle grane dell'indomani, all'amore della vita, all'ultimo viaggio, certe persone vengono assalite dalla martellante ossessione: dopo, dopo di me, dopo di noi genitori, che ne sarà di lui? Lui è il figlio particolare, l'eterno bambino che ha bisogno di tutto, anche a trenta, a quaranta, a sessant'anni. Qualcuno ha bisogno di essere imboccato, qualcuno sollevato, qualcuno curato, qualcuno semplicemente aiutato. Ma tutte le diverse perfidie dell'handicap, soprattutto di quello psichico, sono accomunate da un'unica, granitica certezza: lui non può restare solo. Così, la vita di questi genitori avanza in modo inverso: mentre i genitori normali vedono il passare degli anni come un avvicinamento alla meta sognata, la sistemazione dei figli, i genitori disabili (lo sono anch'essi, se hanno un figlio disabile) vedono il passare degli anni come l'angosciante allontanamento dalla meta. Meglio: l'avvicinamento ai problemi, non alla soluzione. Ogni sera, spenta la luce, scalano un giorno dal tremendo countdown. E dopo, che ne sarà di lui? Lui ha bisogno di mille accorgimenti personalizzati per funzionare e per avere un minimo di equilibrio. Chi davvero riuscirà a stargli vicino con le modalità e le tecniche, ma soprattutto con lo sconfinato amore, di una madre e di un padre? Nessuno può dire adesso perché questo padre di famiglia sia arrivato a fare strage. Soltanto nel suo animo riposano le segrete disperazioni che l'hanno spinto fin lì. Certo l'angoscia del domani per questo figlio ormai adulto è una motivazione molto verosimile. Le preoccupazioni ci mettono niente a diventare paure, ossessioni, depressioni. Chi osserva dal di fuori, e magari si sente pure autorizzato a giudicare - poteva suicidarsi solo lui, poteva chiedere aiuto -, prima provi ad approfondire la materia. Sarà come restare fulminati da una rivelazione. Una rivelazione, direbbero i movimentisti di tutte le specie, indegna di un Paese civile. Questa Italia buonista e ipocrita che accoglie tutti per potersi gonfiare come una rana davanti al mondo, questa Italia così umana e così sensibile, questa Italia che tra parentesi ha sperperato patrimoni pubblici nel modo più sporco, proprio questa Italia ha un'imperdonabile prerogativa: lascia soli i genitori dei disabili adulti. Non che i disabili bambini vivano in un paradiso terrestre: ma almeno c'è la scuola, ci sono i neuropsichiatri infantili. E poi diciamolo, i bambini disabili mettono tenerezza. Una volta però che questi bambini diventano grandi, cala il gelo. Mentre le famiglie evaporano per raggiunti limiti di età (e di energie), i disabili invecchiano nel modo peggiore. Quando va molto bene, perché l'eredità è ricca, il ricovero in qualche struttura più o meno fidata. Quando va molto male, il lager. Mediamente, il soggetto è comunque un seccante problema per la collettività. E comincia a rimpallare di qua e di là. Se non fosse per alcune valorose strutture che si ostinano a lottare, se non fosse per certi operatori da medaglia al valor civile, se non fosse per il volontariato (tanti ragazzi non vanno in Siria, ma sono ugualmente in odore di santità), se non fosse per il solito stellone italiano che in qualche modo improvvisa una soluzione, il disabile adulto sarebbe solo un fastidioso rottame, inutile anche per qualsiasi forma di riciclaggio. I maestri delle pari opportunità e dell'antirazzismo dovrebbero andarsela a studiare, questa pagina di Italia. Mentre noi facciamo campagne tv contro l'abbandono degli animali, tutti i giorni, in tutte le regioni, lasciamo nell'abbandono i figli di un Dio minore, eternamente immersi nel loro candore inerme. Se non hanno più la famiglia, non hanno più niente. Tutto questo un genitore lo sa, lo teme, lo soffre. Qualcuno ce la fa, qualcuno non ce la fa. Quando qualcuno non ce la fa, ci racconteremo che gli è dato di volta il cervello. E così sia.