Dai tutor alle case aperte: l'ospitalità fa flop

Il piano di assistenza personale solo per pochi migranti. Ma è costato 925mila euro

Antonella Aldrighetti

Roma L'accoglienza alternativa che si era prefissa di coinvolgere cittadini volontari e, propagandata a chiacchiere dai caritatevoli buonisti, si è rivelata a dir poco un colossale fallimento. I progetti più ridondanti, reclamizzati come la nuova frontiera dell'accoglienza degli immigrati sono stati finalmente smascherati dai fatti come strampalati e troppo costosi. In questa rete è caduto soltanto un manipolo di italiani che ha accettato di portarsi a casa uno straniero e aiutarlo a integrarsi fino a diventare autonomo.

A poco sono serviti centinaia di migliaia di euro impegnati nei progetti messi in piedi da onlus e cooperative per abbattere le diffidenze e creare un rapporto di fiducia reciproca. Macché. A partire dal progetto dei tutor per i giovani immigrati, ideato dalla deputata piddina Sandra Zampa, per il quale sono stati erogati lo scorso anno ben 925 mila euro. Il principio doveva essere quello di seguire un corso di addestramento per diventare tutori di ragazzi privi di genitori, che sarebbero comunque rimasti a vivere nelle strutture di accoglienza ma che avrebbero ricevuto una sorta di educazione per l'integrazione giuridica e sociale.

Nel Lazio dove il progetto ha ottenuto, si fa per dire, più consensi su 700 volenterosi che hanno presentato domanda per diventare tutori volontari di minori stranieri non accompagnati solo 30, dopo aver seguito un apposito corso di formazione, sono diventati davvero operativi. Vale a dire che seguono un giorno a settimana i rispettivi 30 ragazzi di età presunta tra i 16 e i 17 anni, con lo scopo di far recuperare gli affetti perduti, dedicando un supporto educativo, sociale e sanitario. Altrettanto esigui i frutti raccolti dalle campagne di sensibilizzazione per gli affidamenti in famiglia dei giovani migranti.

A Palermo, dove risiede il maggior numero di minori della Penisola, tra 600 giovani presenti in comunità, per citare un caso emblematico, a tutt'oggi ne sono stati affidati solo 5 mentre altri 2 affidi rimangono in via di definizione tra documenti e iter burocratico. E questo malgrado l'amministrazione comunale abbia messo a disposizione 258 euro mensili per ogni famiglia affidataria.

Ancora più incredibile il risultato del progetto Homefull finanziato, con poco meno di centomila euro dalla Regione Lazio e portato avanti dalla cooperativa Programma Integra che si è arenato già prima di partire. Si trattava di mettere in piedi una coabitazione, ossia il cosiddetto co-housing intergenerazionale, tra un'anziana donna e un giovane immigrato. Alle donne, titolari di appartamento venivano riconosciuti 200 euro al mese per coprire le spese aggiuntive. Vivendo sotto lo stesso tetto, lo straniero avrebbe avuto la possibilità di uscire dal circuito dell'accoglienza e iniziare un percorso reale di integrazione, mentre l'anziana avrebbe potuto ritrovare la gioia di non sentirsi più sola.

Condizionale quanto mai d'obbligo visto che a conti fatti sono stati solo due gli immigrati accolti. Uno proveniente dal Mali e l'altro dall'Afghanistan. Altro che primato dell'insuccesso.