Dall'assassino di Calabresi ai terroristi di Br e Pac: ecco i 13 latitanti chiesti dall'Italia alla Francia

Quando trent'anni fa li arrestarono in Francia, i magistrati transalpini li accusarono di non essere solo dei fuggiaschi:ma di essere ancora terroristi in servizio effettivo, intenti a creare una «sezione internazionalista» delle Brigate Rosse, all'epoca ancora sanguinosamente attive in Italia. Ma poi la tolleranza della «dottrina Mitterrand», l'indulgenza della gauche caviar verso i presunti rivoluzionari, protesse anche loro. Ma adesso per Gino Giunti e Enzo Calvitti forse l'epoca dell'accoglienza è finita. Anche i loro nomi fanno parte dell'elenco che il vicepremier Matteo Salvini si è portato dietro al G7 di Parigi, la lista della spesa che le carceri italiane si preparano a fare in Francia, mettendo fine a latitanze che si trascinano dal secolo scorso.

Il nome più noto dei tredici della lista è sicuramente quello di Giorgio Pietrostefani (nella foto), già capo del servizio d'ordine di Lotta Continua, mandante - insieme ad Adriano Sofri - dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi. Pietrostefani, ben prima che le confessioni di Leonardo Marino lo inchiodassero al suo passato, si era riconvertito in una confortevole carriera borghese, e sulla stessa scia ha proseguito nell'esilio francese che dura dal 1999. Se verrà estradato, alla fine il conto che dovrà pagare sarà - davanti all'enormità del crimine - modesto: quattordici anni, salvo che già nel 2027 la su pena non venga dichiarata prescritta.

Ben più pesante la prospettiva che attende altri nomi dell'elenco che il ministro Salvini ha consegnato al suo omologo francese Cristophe Castaner, chiedendo esplicitamente un segno di discontinuità col passato. Sono attesi dall'ergastolo personaggi i cui nomi dicono poco o nulla alle cronache di quegli anni, e che pure ebbero ruoli diretti nella ideazione e realizzazione di delitti feroci: come Narciso Manenti, esponente dei «Nuclei armati per il contropotere territoriale» che nel 1979 ammazzarono a sangue freddo, mentre passeggiava col figlio a Bergamo Alta, il carabiniere Giuseppe Guerrieri, o Roberta Cappelli, che stava nella colonna romana delle Brigate Rosse responsabile dell'assassinio del generale dei carabinieri Enrico Galvaligi, responsabile della sicurezza delle carceri; o Paolo Ceriani Sebregondi, passato dalle Br alle Formazioni comuniste combattenti, il più feroce e sanguinario dei latitanti: l'8 novembre 1978 a Patrica fu lui a guidare il commando che massacrò il procuratore della repubblica Fedele Callosa insieme all'agente di scorta Giuseppe Pagliei e all'autista Luciano Rossi. La furia del commando fu tale che Ceriani e i suoi complici ammazzarono anche uno dei loro, Roberto Capone.