De Magistris non si dimette ma incombe la sospensione

Stefano Zurlo

Si aggrappa alla poltrona, ma rischia di finire in panchina. La legge Severino non vale solo per Berlusconi, forse dev'essere applicata anche al sindaco di Napoli Luigi de Magistris. La sua sedia oscilla pericolosamente, come un ponte tibetano, dopo la condanna a 15 mesi per abuso d'ufficio. Lui, proprio lui che voleva dare un calcio alla tenebrosa classe dirigente, ora è appeso all'interpretazione de a norma. Sia chiaro, de Magistris andrebbe avanti come prima. E infatti nel corso di una giornata travagliata si difende dettando alle agenzie un fumosissimo trattato di dietrologia: «Ci sono pezzi di Stato collusi che vanno abbattuti e servitori dello Stato di cui andare fieri: non mollo, resisto e lotto per la giustizia». Facile, facile: il grande moralizzatore, il pm che inseguiva la Spectre dei Mastella, dei Saladino e degli imprenditori obliqui si autoassolve con una capriola delle sue. Il problema è che la penitenza potrebbe arrivargli dalla legge Severino, quella che ha provocato, fra mille polemiche, l'espulsione dell'ex premier dal Senato. Ora le nuvole si addensano sulla testa del primo cittadino. A spiegarlo è il presidente della Giunta delle immunità parlamentari Dario Stefàno, già protagonista del caso Cav: «Il testo normativo non lascia dubbi. L'articolo 11 prevede per il sindaco che viene condannato, anche con sentenza non definitiva, per abuso d'ufficio, la sospensione d'ufficio». Difficile evocare complotti e trame occulte. «La sospensione - prosegue Stefano - può durare al massimo 18 mesi». Insomma, l'ex pm dovrebbe sloggiare, aspettare e incrociare le dita. Chissà. Lui per il momento non ne vuol sapere e le sue parole sembrano una requisitoria: «Vado avanti con onestà e rettitudine, principi che hanno sempre animato la mia vita e che una sentenza così ingiusta non può minare».

Sarà, ma il de Magistris magistrato utilizzava per il tribunale di Roma metodi disinvolti (eufemismo) per spingere avanti le sue inchieste: i tabulati dei parlamentari venivano acquisiti, ai tempi dell'indagine Why not, senza bussare al Parlamento. De Magistris andava di fretta. Adesso il sindaco se la cava in modo altrettanto sbrigativo: lui ha ragione, i giudici sbagliano. Un perfetto esempio di coerenza per il campione del giustizialismo. Peccato che le cose non stiano così. La sentenza non è un adesivo che si toglie e si mette a piacimento. Certo, può darsi che in appello il verdetto si ribalti e de Magistris ne venga fuori. Ma un politico che ha sempre misurato tutti col metro inflessibile del giacobinismo dovrebbe uscire di scena. Non lo farà. Ma potrebbe essere il prefetto ad accompagnarlo alla porta.