La depressione del giovane Vespa

Federico, figlio di Bruno, e il periodo buio della sua vita: "Un continuo nodo in gola"

«Porcellino ingrassato», l'avrebbe definito Eugenio Sbardella, suo professore del liceo, e amico. Anche questo è un modo per dire, da parte di Federico Vespa, che sa bene di apparire molto fortunato, «benestante, di buona famiglia, con genitori estremamente famosi nei loro campi», certo, questo è tutto vero: eppure lui, Federico, figlio proprio di quel Bruno Vespa e del magistrato Augusta Iannini, madre che gli ha «salvato la vita senza saperlo», ha vissuto, più o meno dai suoi diciotto anni, con un mostro dentro, la depressione. Insicurezza, ansia, «un continuo nodo in gola», farmaci, anche, terapie tentate e fallite, fino alla più recente, finalmente decisiva, liberatoria, che lo ha reso «sereno», dopo oltre vent'anni in cui si era sempre sentito, invece, «l'agnello nella tana dei lupi».

È facile riconoscere questa tana dei lupi: è il mondo che ci circonda, il mondo dei social in cui tutti vivono pensando di brillare e giudicare, una realtà che a Federico Vespa non piace, come, del resto, non gli è mai piaciuta quella in cui è cresciuto, gli anni Ottanta e Novanta, dei quali non ha condiviso l'entusiasmo, la leggerezza, l'ottimismo. Avrebbe voluto essere già giovane, quando è nato, nel 1979.

Riflessioni che Federico Vespa, oggi giornalista e conduttore radiofonico, mette per iscritto dopo quella terapia salvifica e nel momento in cui il calendario della vita fa segnare una data che è impossibile ignorare: i quarant'anni. Ecco perché ora racconta, con la compagnia di molti bicchieri di bourbon, spesso sostituiti da vodka ghiacciata nelle sere di un'estate in cui Roma sembra Tripoli, tanto è bollente, L'anima del maiale (Piemme, pagg. 156, euro 16,90), ovvero «Il male oscuro della mia generazione», il «disturbo ansioso-depressivo» che gli hanno diagnosticato, che per qualche anno si è pure sopito, è rimasto «in coma farmacologico», ma poi è sempre rispuntato, inesorabile, a mangiargli via anni su anni, non solo di giovinezza, ma anche di crescita, di vita, di esperienza, di amore e amori (numerosi, come abbastanza dettagliatamente confessa), di felicità, di speranza, vecchio stile e anche, come la definisce lui stesso, «2.0».

Il problema, del quale si rende bene conto, è che il male ha il suo fascino e, per esempio, qualche volta passare da Peter Pan tenebroso gli fa pure comodo, con le ragazze, almeno con quelle con cui trascorrere una sera soltanto, e poi chiedere aiuto può fare ancora più paura della paura stessa del male, di quel sudore, quell'ansia, quel terrore di perdere il controllo e, perfino, di diventare aggressivo, di fare male a qualcuno, magari a qualcuno a cui vuole bene. Il fatto è che il male, con il suo fascino inspiegabile, qualche volta funziona da anestetico, e ti mette sotto una campana che ti allontana dalla vita, dagli affetti, dalla famiglia, dai desideri, e allora non senti più niente, non provi niente, nemmeno la prima volta che fai l'amore con una ragazza.

Mettere a nudo la propria anima e la propria fragilità è essa stessa una terapia, e chi tenta questa strada, spesso, lo fa ricorrendo a immagini di animali: il «maiale», il «cane nero» affrontato da Roberto Gervaso (Ho ucciso il cane nero, Mondadori 2014), il «mostro», che ti divora dentro, e minaccia sempre di tornare, come il mastino dei Baskerville che perseguita la famiglia da secoli, e bisogna scavare molto, con gli strumenti e lo sguardo giusto, per smascherarlo, e cancellare l'incubo.