Lo dice la legge: litigare tra marito e moglie non è reato

Basta mediatori familiari e sostegni psicologici alle coppie. Per la Cassazione il bisticcio è crescita

Stop alle mediazioni familiari e ai supporti psicologici imposti. Via libera alle coppie litigarelle. La Corte di cassazione sembra avere capito che litigare è normale e rappresenta un cambiamento fisiologico, inevitabile soprattutto quando si tratta di separazione tra marito e moglie. Con una sentenza del 1° luglio scorso che definirei storica, gli Ermellini hanno elaborato il diritto a «litigare», contrastando la deriva dei tribunali che sempre di più hanno assunto una posizione salomonica, trattando i coniugi litiganti come due bambini da sorvegliare con un tutor specializzato. Litigare tra persone adulte è stato dunque finalmente riconosciuto come normale conseguenza della violazione delle regole della convivenza, senza ovviamente escludere la responsabilità da parte di chi quelle regole ha infranto. Chi rompe paga.

La Corte di cassazione, ha così imposto un limite alla deriva dei giudici che impongono mediatori, sostegni psicologici e terapie di coppia: «La prescrizione ai genitori di sottoporsi ad un percorso psicoterapeutico individuale e a un percorso di sostegno alla genitorialità da seguire insieme è lesiva del diritto alla libertà personale costituzionalmente garantito e alla disposizione che vieta l'imposizione, se non nei casi previsti dalla legge, di trattamenti sanitari» (Cassazione sentenza 1.07.2015, n. 13506). E non è cosa di poco conto.

In una vicenda familiare, trascinatasi in ben tre gradi di giudizio, il tribunale prima e la Corte d'appello poi, avevano qualificato l'«immaturità della coppia genitoriale, ancora troppo coinvolta nel conflitto personale», prescrivendo ai due ex conviventi «di sottoporsi a un percorso psicoterapeutico individuale e a un percorso di sostegno alla genitorialità da seguire insieme». Né più né meno di quello che avviene in tutto il Paese, nelle cause matrimoniali altamente conflittuali. La Cassazione, invece, accogliendo il ricorso del padre che non accettava l'invasione nella sua sfera personale, precisava come «tale prescrizione, pur volendo ritenere che non imponga un vero obbligo a carico delle parti, comunque le condiziona ad effettuare un percorso psicoterapeutico individuale e di coppia confliggendo così con l'articolo 32 della Costituzione», ossia con l'articolo che tutela il diritto alla salute con un corollario: «Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Secondo la Suprema corte, quando il giudice di famiglia stabilisce un percorso psicoterapico individuale o di coppia entra in collisione proprio con tale diritto: «La prescrizione di un percorso terapeutico ai genitori è connotata da una finalità estranea al giudizio quale quella di realizzare una maturazione personale dei genitori che non può rimanere affidata al loro diritto di autodeterminazione».

Insomma, se i coniugi sono immaturi e hanno voglia, tempo, soldi per continuare a litigare, esistono altri strumenti, nelle mani del giudice, per valutare la situazione, sanzionarli e proteggere la prole, ma nessuno può obbligarli coattivamente a «crescere» e maturare. Ecco, dunque, il diritto di non vedersi imposte prescrizioni sanitarie nemmeno nel caso di persistenza del conflitto. È ancora presto per capire se questa sentenza aprirà un fronte di riflessione seria in capo ai giudici della famiglia, eliminando l'abitudine di imporre consulenti, periti, terapeuti e deponendo la tentazione di percorrere la scorciatoia che conduce a dare torto a entrambi per il solo fatto che litigare non sia «rock», non sia «cool», non sia civilmente meritorio. La verità è che litigare è normale, semmai sono le modalità del litigio che devono cambiare.

Ma se per i giudici è una «iattura» confrontarsi con bagattelle matrimoniali e dissidi basati su circostanze di vita quotidiana, da persona plaudo la Cassazione che finalmente mi ha riconosciuto il diritto di litigare, per rivendicare i miei diritti matrimoniali calpestati e i torti subiti, senza la costante minaccia giudiziale di dovermi poi sottoporre a supporti psicologici o terapie di coppia per ricondurmi a uno schema di vita standardizzato e predeterminato proprio da chi doveva invece essere arbitro «super partes» della mia vita e al quale mi ero rivolta nell'illusione di essere garantita e risarcita.