Dimenticò il figlio, assolto Ora lotta contro le amnesie

Una sindrome lo avrebbe reso «smemorato» per diverse ore Ma lui non si dà pace e combatte «perché non succeda ad altri»

Piacenza E' stato «assolto», ma non si perdonerà mai. E questo Andrea Albanese l'ha sempre saputo. Ieri il Tribunale ha prosciolto dall'accusa di omicidio colposo il papà di Piacenza che, nel giugno del 2013, dimenticò suo figlio Luca, 2 anni, in auto, andando al lavoro senza però accompagnare prima il bimbo all'asilo. «Non luogo a procedere», per il Gip Elena Stoppini. Una condanna a vita per questo 39enne che oggi è solo un padre che prova a sopravvivere a suo figlio e a reagire, combattendo perché la sorte di Luca non tocchi ad altri bimbi. Poca voglia di commentare, Albanese ieri ha affidato i suoi pensieri al suo difensore Paolo Fiori: «Un fatto positivo, che non ha purtroppo nessun potere compensatorio per la perdita di un figlio». Sul profilo Facebook dedicato al piccolo Luca, altre scarne parole: «Il mio proscioglimento non è un successo per nessuno, se non per la Giustizia e per la nostra battaglia per la diffusione dei sistemi anti abbandono». Già, il gruppo web «Mai più morti come Luca» è stato fin da subito uno dei metodi che Andrea Albanese ha utilizzato per reagire alla tragedia. Oggi ha 10 mila contatti e, insieme a diverse petizioni, ha fatto si che due disegni di legge arrivassero in Parlamento e alla Commissione europea. Obiettivo: introdurre per legge dei sistemi di allarme sui seggiolini delle automobili. Ora anche alcune aziende ne stanno iniziando la progettazione. Lui, padre fatalmente distratto, oggi vuole evitare che a distrarsi siano anche altri: quella «dimenticanza» che gli psicologi definiscono amnesia dissociativa per Albanese ora è una missione.

«Fino a poco più di un anno fa non sapevo nemmeno cosa fosse l'amnesia dissociativa» scrive ancora l'uomo. I medici parlano di un evento traumatico che può essere causato dal forte stress e dalla mancanza di sonno, ma - tragicamente - anche dalla semplice routine dei nostri gesti quotidiani. Fondamentali per l'archiviazione del caso le due perizie di accusa e difesa che concordano sulla terribile dinamica dei fatti: quella mattina Albanese entrò in un «buco nero» dell'attenzione. La sua memoria s'inceppò: credeva davvero di aver portato il bimbo a scuola. Solo dopo otto ore e dopo un paio di telefonate di nonno e moglie, che all'asilo non avevano trovato il bimbo, cominciò a profilarsi la tragica verità: Luca era rimasto in auto, addormentato e soffocato nel caldo. Albanese restò diverse settimane in ospedale, ricoverato sotto shock. Poi provò a raccontare: «Era un periodo felice, nessuno stress particolare». Eppure proprio la quotidianità delle felicità lo ha tradito: «Se almeno avessi avuto un incidente in auto, ci sarebbe una spiegazione a quanto ho fatto», ha ripetuto più volte nei mesi scorsi. E invece no. La sentenza di ieri - le cui motivazioni saranno note fra 30 giorni - parla di «condizioni di non responsabilità», ma Albanese quella responsabilità se l'è da sempre presa tutta anche per rispondere a chi non ammette che l'impossibile, a volte, possa succedere: «Queste cose non succedono ai padri snaturati, ma a chiunque. È una patologia subdola, improvvisa, transitoria che colpisce più spesso di quanto si pensi», ha scritto ancora Albanese su facebook. Albanese ha da subito ricevuto una solidarietà compatta ed unanime, in primis dai familiari e dalla moglie Paola. L'estate scorsa, ad un anno dalla morte di Luca, i coniugi Albanese hanno donato ad un parco giochi di Piacenza un defibrillatore. Già, curare il cuore, anche quello di un papà che nonostante tutto non ha mai fatto black out.