Un divieto (forse) ci salverà Le dure tavole della Legge

Benigni ha offerto una meritoria versione "rosea" e amorevole dei Dieci comandamenti. Ma la sua non è l'unica rilettura possibile

A l di là della versione rosea e benigna, i Dieci Comandamenti - e la Bibbia, i testi sacri, dall'Esodo al Deuteronomio - sono duri come le tavole su cui furono incisi. Quel nucleo di regole mosaiche lascia poco spazio a quella versione amorevole, edulcorata ed emancipata che ne ha dato Benigni nel suo pur meritorio elogio. L'impresa è folle ma proviamo a recensire i comandamenti...

La civiltà giudaico-cristiana derivata dalle tavole di Mosè si fonda innanzitutto su divieti più che su prescrizioni - solo due comandamenti su dieci sono prescrittivi, tutti gli altri partono da un non - e dunque sul riconoscimento di limiti invalicabili e sul sacro rispetto delle leggi divine. Dio e non l'uomo è misura di tutte le cose e dunque preambolo implicito dei comandamenti è il senso della misura; non oltrepassare il limite, riconoscere l'abissale distanza tra il Creatore e le creature. Vista la prevalenza assoluta di divieti, il Decalogo biblico somiglia più a un Codice civile e penale che al fondamento di una fede religiosa, con le sue credenze, i suoi precetti, le sue missioni e i suoi compiti. Il Decalogo non esprime una religione positiva animata da una fede in un Ente Supremo ma sancisce una religione negativa, affermata per negazione: è consentito tutto quel che non è vietato o non riconducibile a ciò che è proibito.

I comandamenti ci prescrivono come evitare il male, non ci indicano come praticare il bene. A meno di considerare il bene solo come un astenersi dal male. La religione biblica non è religione d'amore, come sarà invece il cristianesimo.

In secondo luogo la civiltà mosaica fonda il comando impersonale delle leggi rispetto agli imperativi dettati dalla volontà umana e dalla decisione; ha regole scritte, non negoziabili né modificabili, incise su pietra e promanate dall'alto, disposizioni ripetitive, non derivate dalle tre fonti ordinarie su cui si fondano le deliberazioni: la competenza dei capi o dei sapienti, la maggioranza del popolo o dei votanti, l'esperienza della vita o della storia. Ovvero le élite dirigenti, il popolo e la tradizione. Il fondamento è nelle tavole: non è necessario vivere ma lo è osservare la Legge. Il Decalogo di Mosè è il paradigma trascendente di ogni Carta costituzionale, l'archetipo di ogni normativismo.

I cardini di questa normativa celeste si imperniano sull'osservanza religiosa (I-II-III), sulla tutela della famiglia e della monogamia (IV-IX), sul divieto di macchiarsi di assassinio (V), sulla condanna della menzogna (VIII), sulla tutela della proprietà (VII-X). Rispetto alla triade tradizionale - Dio, patria e famiglia - il riconoscimento della patria è sostituito nei comandamenti mosaici dalla difesa dei beni (la roba, seppure sotto forma di rispetto di quella altrui). Non va dimenticato che si tratta di una norma pensata per un popolo coeso ma senza terra, che proiettava la sua terra nell'avvenire (la terra promessa). Il legame sociale del popolo ebraico non passa perciò da una terra, una patria ma dalla coesione etnica, saldata dalla norma, cioè dai Comandamenti, e proiettata nell'esodo. Anche per questa ragione, trattandosi di norme rivolte al popolo ebraico, non c'è alcun riconoscimento delle differenze religiose e civili, etniche e culturali; e manca ogni accenno al rispetto della vita altrui, della libertà e della dignità di ciascuno, anzi lo stesso diritto alla vita non è enunciato, perché il non ammazzare prescrive di astenersi dall'uccidere ma non sancisce il diritto alla vita; non è riconosciuta l'uguaglianza o alcuna parità, e questo è un segno dei tempi, ma neanche sotto la specie di equità e dunque di giustizia, che la polis greca e la civiltà giuridica romana invece riconoscevano. Rispetto alla sensibilità moderna sono poi assenti il rispetto della natura, compresi gli animali, il valore della ricerca e la tutela della sua libertà congiunta al diritto di espressione e alla libertà di pensiero; e non c'è traccia della solidarietà o quantomeno della carità o dell'affrancamento dalla servitù e dalla schiavitù. Anche perché il Decalogo, come già si diceva, non prescrive la via della virtù o del bene ma proscrive la via della perdizione e del peccato. Non esorta ma vieta, in un'igiene divina e trascendente applicata alla vita personale e sociale.

I comandamenti comandano sempre meno agli uomini del nostro tempo: alcuni perché ritenuti scontati e ormai assorbiti nel senso comune e nelle leggi (non ammazzare, non testimoniare il falso, non rubare); altri perché considerati superati in quanto attinenti a un'osservanza religiosa e monoteista ormai rimessa in discussione (i primi tre comandamenti); e la stessa considerazione vale per il richiamo all'autorità genitoriale (espressa nella deferenza del verbo onorare nel quarto comandamento) e anche per l'osservanza monogamica, la continenza sessuale e la repressione dei desideri (non fornicare ovvero non commettere atti impuri, non desiderare la donna o la roba d'altri, secondo una mortificante equivalenza). Nell'era globale il modello giudaico di civiltà e religione non è poi unico ed esclusivo: l'oriente induista, buddista e confuciano allargano l'orizzonte geospirituale a un politeismo che nella migliore delle ipotesi innalza lo sguardo a un'apertura plurale e nel peggiore sconfina in un relativismo dell'indifferenza. In ogni caso approda a forme ibride di spiritualità; mentre il primato della tecnica, del mercato e dell'individuo ricaccia l'orizzonte fideistico, razionale e comunitario della religione ai margini di un'esperienza interiore e laterale, spesso aggiuntiva o integrativa ma non costitutiva della condizione umana. Quel Decalogo mostra l'affanno dei principi rispetto alla varietà dei mondi e alla variabilità dei tempi. Emerge lo scompenso tra un'epoca mutante e una tavola di norme rigide, pietrificate. E tuttavia, è proprio l'esistenza labile e vana del presente a esigere contrappesi possenti e non deperibili, è proprio la libertà assoluta a esigere come guida e orizzonte una tavola di comandamenti...

Commenti

Bianchetti Andreino

Ven, 19/12/2014 - 22:15

"Il Popolo del Libro": questa in sostanza è la traccia principale della Bibbia. Un popolo di nomadi non raggiunti ancora dal mondo imperfetto urbanizzato, né dalla politica, né dalla tecnologia, né dall'informazione. E'la storia di una sopravvivenza nella quale diritti e doveri venivano tramandati a voce e ogni decisione nasceva dal capo tribù. In quelle lande deserte non c'era nessuno che dicesse cosa fare o non fare scientificamente, come oggi, perciò la sopravvivenza dipendeva dalle proprie capacità e dalla propria forza; spesso il corso della vita si decideva da soli. Tutto era estremo e tutto diventava il risultato di necessità. Come tutti gli altri popoli nomadi, anche gli Ebrei conservavano qualcosa di primitivo, qualcosa di selvaggio.

Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Sab, 20/12/2014 - 11:37

Antico e Nuovo Testamento: dal nomadismo alla stanzialità. Cristo è nato in un luogo e in una data precisa, quindi ha dato il sigillo alla creazione di 'cose', alla logica della 'produzione'. 'Non rubare', 'Non desiderare la roba d'altri' voleva essere una legge etica che 'rispettava' le cose fatte da altri (una società fondata sulla caccia, sul nomadismo, sul non-possesso dei mezzi di produzione, presuppone sempre la logica del 'furto'!). Con Gesù, Dio e uomo, il decalogo viene superato, in nome di una logica costruttiva e non difensiva, stanziale e non più nomade. Che ha avuto il suo effetto anche sugli Ebrei, che hanno voluto avere la loro Terra promessa in Israele!

Bianchetti Andreino

Lun, 22/12/2014 - 17:07

C'è una cosa comune sia per i nomadi che per gli stanziali, sia per l'Antico e il Nuovo testamento: l'enorme difficoltà di accettare l'amore preferenziale; perché le preferenze non hanno spiegazioni e sono senza motivi. Il problema è dentro la famiglia: Isacco punta su Esaù e la moglie preferisce Giacobbe, perché? I sacrifici di Caino sono forse peggiori di quelli di Abele, eppure Dio preferisce Abele. Giacobbe ama di più Giuseppe e Beniamino perché gli altri fratelli sono forse dei pezzenti? Spesso si leggono le diversità come preferenze ingiuste, per questo non si accetta Dio come Padre.

gio 42

Mer, 24/12/2014 - 21:03

Buonasera anche se un po' in ritardo grazie e buon Natale a questi due commentatori. Grazie ancora, questi sono i commenti che si dovrebbero leggere quando si parla di religione e di Dio. Complimenti ancora a questi due Signori con la esse maiuscola. Buon Natale. Saluti