Le donne "fermano" l'Argentina. Sciopero rosa contro le violenze

Nel Paese un femminicidio al giorno. E la protesta si espande

Mercoledì 19 ottobre è stata una giornata storica che ha coinvolto tutta l'America latina, con quasi un milione di donne scese in piazza per protestare contro la crescente violenza contro di loro, nonostante di femminicidio in questo continente si parli già dagli anni 90, quando a Ciudad Juárez, in Messico, cominciarono a sparire e a venire uccise centinaia di giovani ragazze, indifese perché di classe più umile.

Una giornata storica perché a dare il là a questo «sciopero femminile» che l'altroieri ha fatto fermare molte donne di Lima, in Perù, e di Santiago del Cile, ma anche di Città del Messico e del Nicaragua è stato un paese come l'Argentina ed una città come Buenos Aires, capitale di una nazione che già oltre mezzo secolo fa aveva regalato al mondo un'icona politica del femminismo come Evita Perón, la madre dei descamisados, molti dei quali emigranti italiani che dopo la Seconda Guerra avevano sfidato l'Oceano per «fare l'America».

A loro Evita concesse un'istruzione pubblica che - nonostante crisi e dittature - ancora oggi è tra le migliori dell'America latina, per i figli dei lavoratori dipendenti aprì le prime colonie gratuite, diede pensioni degne alla nuova classe media ma, soprattutto, insegnò agli argentini il rispetto nei confronti delle donne. Non esistevano ancora le tematiche di genere ma nessun altro paese, in quel secondo dopoguerra, trasmise come l'Argentina al suo popolo tanto rispetto verso quel sesso «debole» solo a parole, proprio grazie al mito vivente ma mantenutosi post mortem - di Evita.

Da allora, purtroppo, in tutto il Sudamerica il machismo ha continuato a mietere vittime come nella messicana Ciudad Juárez, ma tanto a Buenos Aires come a Santiago del Cile ed a Brasilia si sperava che la consacrazione di tre donne alla presidenza servisse ad emancipare definitivamente l'altra metà del cielo ed a ridurre il dramma del femminicidio. Né l'argentina Cristina Kirchner, né Michelle Bachelet l'unica ancora in carica in Cile - né la brasiliana Dilma Rousseff sono riuscite nel miracolo di trasmettere quei valori di rispetto verso le donne che dovrebbero essere congeniti in ogni uomo degno di essere definito tale.

E così, nell'ultimo mese e proprio nella patria di Evita, criminali, quasi sempre drogati e/o ubriachi, hanno trucidato in media una donna al giorno. Un numero che l'altroieri ha portato a quello che i media hanno ribattezzato il «mercoledì nero» latinoamericano grazie al «traino argentino». L'ultimo delitto, la goccia che ha fatto traboccare il vaso dell'indignazione, è stato quello di una 16enne, Lucía Pérez, violentata e uccisa da una banda di delinquenti il classico branco di cui anche in Italia si parla, purtroppo, sempre più spesso che poi hanno tentato di far credere che la giovane fosse morta di overdose. Il tutto a Mar del Plata, città considerata ai tempi di Evita il simbolo della nuova Argentina, quella delle pari opportunità e delle prime vacanze democratiche e di massa, oggi vittima sacrificale di un'inspiegabile follia machista. Per questo solo a Buenos Aires 100mila tra studentesse ed impiegate, casalinghe e madri con i bambini sono scese in strada vestite di nero, sfidando una pioggia battente, stringendo tra le mani cartelli con lo slogan «#NiUnaMenos», non una di meno. Scene identiche in altre 120 città: «Fermare il femminicidio» è stato il grido che ha unito tutta l'America latina.