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Prime crepe a sinistra sul linciaggio mediatico del generale Vannacci

Le prime crepe. D'accordo scaraventarlo giù dalla poltrona, ma c'è chi vorrebbe destituirlo dal consorzio umano e esiliarlo da questo mondo

Prime crepe a sinistra sul linciaggio mediatico del generale Vannacci

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Le prime crepe. D'accordo scaraventarlo giù dalla poltrona, ma c'è chi vorrebbe destituirlo dal consorzio umano e esiliarlo da questo mondo. Insomma, quando è troppo è troppo e anche a sinistra si alzano voci critiche. Antonio Padellaro, come sempre lucido, pone sul Fatto la domanda delle domande: «Non sarà, per caso, che l'egemonia del politicamente corretto abbia generato un fallo di reazione di una fetta di opinione ormai insofferente ai dettami del catechismo etico-politico calato dall'alto?».

Ecco la questione: il generale Roberto Vannacci, non più a capo dell'Istituto geografico militare, si esprime con toni a tratti truci e con una certa dose di vanagloria quando si paragona, con modestia esemplare, a Giulio Cesare, ma porta a galla un pensiero che è molto diffuso. E forse è ancora più presente l'allergia al politically correct che ci fascia e anzi ci imbavaglia come mummie. Qualcuno magari non ha un pensiero strutturato ma sa di non condividere i dogmi della contemporaneità. Soprattutto, si può censurare l'uomo delle istituzioni che rompe equilibri e parla a ruota libera, ma diventa inaccettabile il processo a priori a chi ha un altro punto di vista.

Sono due battaglie diverse. Condivisibile la prima, pericolosa la seconda che configura una dittatura delle minoranze. E invece, nota Padellaro, «fioccano da quei settori le richieste di ulteriori radiazioni, dimissioni, punizioni, censure che fanno venire in mente la bambina dell'ossessivo spot dolciario». Quella che davanti allo scaffale «e alla domanda della mamma su quale gusto» scegliere, risponde con un disarmante: «Tutti». «Insopportabile», per Padellaro. Figurarsi per milioni di italiani, e non solo loro, costretti a confidarsi nel privato quel che in pubblico non ha voce.

Prime crepe, dunque. Enrico Mentana parte proprio dal ragionamento di Padellaro per andare oltre: «Mi pare chiaro che la battaglia delle idee non possa oggi essere combattuta come una sorta di opera di civilizzazione di indigeni ignoranti compiuta da autoproclamati portatori di valori superiori e più moderni. È il modo migliore per perderla».

Sarà pure un alfabeto di serie b, come sentenziano le élite, ed è venuto allo scoperto utilizzando un linguaggio, è il caso di dire, da caserma, tutto slogan rozzi e immagini a tinte forti, ma bacchettarlo dall'alto di insindacabili e inespugnabili cattedre di moralità è il modo migliore per dargli forza e un alibi, come una contronarrazione del Paese reale. «Molta parte di quei che ha scritto Vannacci - osserva Mentana - è facilmente reperibile nei discorsi elettorali di Orban, ma anche nelle leggi in via di approvazione alla Duma russa, oltre che nei programmi della Vox spagnola». Esistono per Mentana almeno due Italie: quella che si è raccolta intorno al funerale della scrittrice Michela Murgia, tutta progressismo e solidarietà, e l'altra che si sente più vicina alle tesi contenute nel lanciatissimo libro del generale, ormai consacrato come un best seller, prima ancora di essere anche solo sfogliato. Negare a questa Italia il diritto di esistere, accenderle sotto i piedi il rogo vuol dire regalarle un formidabile spot. E si rischia appunto di aggiungere alle stelle dell'alto ufficiale la patente dell'eroe.

Anche in «Italia viva» si ritiene che la risposta dell'esercito sia adeguata. E d'altra parte Matteo Renzi non ama i fanatismi del politicamente corretto, come mostrato mesi fa sul caso dello scrittore Roald Dahl.

Dall'altra parte dell'emiciclo, insiste Giovanni Donzelli di Fdi: «Non vorrei - afferma in un'intervista al Corriere della sera - arrivare al principio che si scrivono idee solo se piacciono al Pd. Ma che cosa vogliono? La lapidazione in piazza?». Ancora più tranchant Vittorio Sgarbi: «Questo è regime. Dopo il trattamento subito, il generale Vannacci potrà ancora scrivere o dovrà essere umiliato dalla dittatura della minoranza?». L'insofferenza serpeggia e la maggioranza non è più silenziosa.

Intanto il ministro Guido Crosetto si difende: «Chi mi attacca, da una parte o dall'altra, si sarebbe comportato all'opposto.

Si, siamo diversi, e molto».

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