Draghi prende tempo, giù le Borse

«L'acquisto di titoli? Serve ancora lavoro. Potremmo comprare tutto, tranne l'oro». Milano perde il 2,7%

«Se non ora, quando?». Virale come un video cult su Youtube, l'interrogativo è da ieri pomeriggio il martellante leit motiv che accompagna la decisione presa da Mario Draghi di tenere in canna il colpo del quantitative easing . Ha preso tempo, il presidente della Bce: il direttivo «ha discusso» del possibile acquisto di titoli di Stato, ma «serve ancora lavoro», ha spiegato durante la conferenza stampa successiva alla riunione del direttivo che ha tenuto invariati i tassi al minimo storico dello 0,05%. Per i mercati, che alla vigilia avevano scommesso su una radicalizzazione delle misure di contrasto a una ripresa sempre più flebile e a una deflazione ormai alle porte, è stata un'autentica doccia fredda. Gelate le Borse, a cominciare da Piazza Affari che a fine giornata ha sparso su tutto il listino i cocci lasciati da un ribasso del 2,77%, mentre l'euro si è arrampicato oltre quota 1,24 dollari e lo spread Btp-Bund è risalito fino a 130 punti.

Sono i segni della grande delusione, nonostante le successive parole del capo dell'Eurotower lascino presagire che il momento dell'azione non è poi così lontano. Come sempre, Draghi ha dribblato i tentativi dei cronisti che provavano a estorcergli il timing dell'intervento («presto significa presto, ma non vuol dire al prossimo vertice, dipenderà molto dalle nostre prossime valutazioni»), ma poi ha seminato più di un indizio a favore di un varo sollecito del Qe, forse già nella riunione del prossimo 26 gennaio. Il primo rimanda a una sorta di tormentone spesso usato da Draghi: «Non tollereremo prolungate deviazioni dalla stabilità dei prezzi», ha affermato. Le ultime stime, che collocano ora l'inflazione 2014 allo 0,5% (+0,7% nel 2015 e 1,3% nel 2016) consiglierebbero di rompere gli indugi. Anche perchè un complice perfetto della deflazione è il petrolio, i cui prezzi sono scesi da giugno del 30%. «Bisogna valutare gli impatti diretti e indiretti. Alcuni sono effetti positivi, altri per niente», è il commento di Draghi, preoccupato anche per una crescita che quest'anno si fermerà allo 0,8% (+0,9% nell' outlook di settembre). Due buoni motivi per intensificare il lavoro dei comitati della Bce incaricati di mettere a punto nuove misure non convenzionali, così da poter arrivare «a inizio 2015 con una nuova valutazione sul piano di stimoli». Un piano ad ampio spettro che potrebbe comprendere «tutti gli asset, tranne l'oro» (quindi bond sovrani e non, azioni e anche titoli immobiliari), che per essere varato «non ha bisogno dell'unanimità» in consiglio e che rientra «chiaramente nel mandato della Bce».

Insomma, nessuna similitudine con il programma Omt, che era stato portato di fronte alla Corte costituzionale tedesca: «C'è una grande differenza. Allora si doveva ritrovare fiducia e fare in modo che l'azione della Bce fosse credibile per i mercati. Oggi non stiamo parlando del crollo dell'euro».

Draghi non ha voluto forzare la mano, forse per meglio valutare l'impatto che stanno avendo gli acquisti di obbligazioni bancarie garantite e Abs e i prestiti Tltro, forse per coagulare attorno a sé altro consenso prima di fine gennaio. Ma lo sprint finale sembra ormai pronto. Senza doversi preoccupare troppo della Bundesbank, lasciata in fondo alla salita.