Due maestri europei partiti dalla Laguna per conquistare l'Europa

Diverse le atmosfere, ma identica è la magia che creano. Anche in Inghilterra e in Germania

Due Canaletti? Due Canaletto. E non uno meno Canaletto dell'altro. Bensì della stessa grandezza. Uno vedutista, l'altro vedutista. Fino a un certo punto sovrapponibili. Entrambi nati a Venezia. Giovanni Antonio Canal, detto il Canaletto, nel 1697; Bernardo Bellotto, detto il Canaletto, nato nel 1721. Li vediamo ora a Milano, in una mostra formidabile che li affianca, come mai prima, a cura di Anna Bozena Kowalczyk, appassionata come nessuna studiosa fu.

L'emozione che si prova davanti ai loro dipinti è la medesima, con diverse atmosfere: che il mondo sia incorruttibile, che debba per sempre, e in quei luoghi, a Venezia come a Varsavia, rimanere intatto. Non si dirà mai abbastanza dell'incanto di alcune larghe vedute di piazza San Marco o del Canal Grande verso il ponte di Rialto, in quella luce indefinibile di una mattina di marzo del 1723 così come Canaletto la registra nel dipinto ora a Ca' Rezzonico e, più tardi, nel 1740, in una diversa luce, nella stessa veduta ora a Parigi, al Museé Jacquemart-André. Il viaggio a Roma era stato decisivo per Giovanni Antonio Canal. A Roma conosce i pittori vedutisti. Tre soprattutto: il primo è Viviano Codazzi, ancora ricercato ma morto nel 1670; il secondo è Giovanni Paolo Pannini, ammirato per i suoi capricci di antichità romane e le fantasiose vedute; il terzo è Gaspar van Wittel, olandese, il primo dei vedutisti. Il giovane artista veneziano osserva il mito della città eterna tradotto in una luce tersa, e pensa di trasferirla a Venezia dove essa si riflette nell'acqua.

Rapidamente il Canaletto si afferma a Venezia, nella seconda metà del Settecento con committenti come il lucchese Stefano Conti, per cui dipinge quattro vedute. Del 1727 è il Ricevimento dell'ambasciatore francese a Palazzo Ducale, ora all'Ermitage di San Pietroburgo, il primo di una serie di festeggiamenti della Repubblica di Venezia, di irreale splendore, in un tempo e in una luce indefinibili, di paradisiaca perfezione. Un importante cliente del Canaletto in questi anni è il feldmaresciallo Johann Matthias von der Schulenburg. Appassionato di arte, nella residenza di Ca' Loredan sulle rive del Canal Grande aveva raccolto un'importante collezione. Schulenburg commissiona a Giovanni Antonio Canal alcune opere tra le quali una veduta di Corfù, e una Riva degli Schiavoni oggi conservata al Sir John Soane's Museum di Londra.

Molte opere di Canaletto nella prima fase della sua carriera, sono state dipinte «dal vero». Anche alcuni dei lavori tardi tornano a questa abitudine, come indicano le figure distanti dipinte come macchie di colore, un effetto prodotto dall'uso della camera oscura, che confonde gli oggetti lontani. Ma il successo di Canaletto è segnato dai committenti inglesi in Grand tour a Venezia, fra i quali Owen McSwiny, impresario teatrale e mercante d'arte irlandese. Nel frattempo Canaletto entra in contatto con Joseph Smith, che si rivelò decisivo per la carriera dell'artista. Smith, ricchissimo collezionista d'arte e poi console britannico a Venezia tra il 1744 e il 1760, diventa il principale intermediario tra il Canaletto e i collezionisti inglesi. Inizialmente Smith fu un cliente del pittore, poi ne divenne «mecenate». Nella seconda metà degli anni Trenta il Conte di Fitzwilliam, il Duca di Bedford, il Duca di Leeds e il Conte di Carlisle chiedono quadri del Canaletto. Nel 1746 si trasferisce in Inghilterra dove è accolto con iniziale diffidenza. Canaletto inizia a dipingere i tipici paesaggi calmi e la campagna inglese. Mirabili in tal senso alcuni dipinti come Il castello di Warwick, realizzato per Francis Greville Brooke, futuro duca di Warwick, e alcune vedute del Tamigi, nelle quali il pittore riproduce lo spirito con cui aveva rappresentato i canali e i bacini di Venezia.

Impressionante è anche la veduta dell'Abbazia di Westminster, un dipinto celebrativo nel quale Canaletto trasferisce le esperienze maturate nei dipinti con le grandiose feste della Repubblica di Venezia. Dopo aver interrotto il soggiorno inglese una prima volta nel 1750 e una seconda volta nel 1753, il Canaletto torna a Londra e stabilisce rapporti con Thomas Hollis: per lui l'artista dipinge il Ponte di Walton e L'interno della Rotonda di Ranelagh.

Il nipote Bernardo Bellotto, con lo scarto di una generazione, ha una vita parallela. Nei primi anni si appoggia al nome dello zio, e firma «Bernardo Bellotto, nominato Canaletto». Il suo stile mostra l'influenza dei grandi paesaggisti olandesi: verismo descrittivo, nel quale la realtà è riprodotta con fedeltà fotografica. Nel 1747, a ventisei anni, è chiamato a Dresda dall'Elettore di Sassonia Augusto III. Qui ha fama e successo a livello europeo e ottiene il ruolo di pittore di corte. Nel 1758 l'imperatrice Maria Teresa d'Austria lo vuole a Vienna. Tre anni dopo si trasferisce a Monaco di Baviera: dopo cinque anni torna a Dresda, dove nel 1764 entra a far parte dell'Accademia. Ma il clima culturale diffusosi in quegli anni, improntato al neoclassicismo, invoglia l'artista a trasferirsi definitivamente a Varsavia, dove trascorre gli ultimi anni della sua vita.

Le sue vedute italiane, e in particolare lombarde, esposte a Milano, hanno una verità così intensa da farci pensare che quei luoghi (penso a Gazzada, al Vecchio ponte sul Po a Torino, al Ponte delle Navi a Verona, 1746-1747, e alle tante aree urbane e suburbane di Dresda e di Varsavia) siano come li vediamo attraverso i suoi occhi più che come sono, o sono state. Esse sono per sempre come lui le ha viste, in quella luce, in quella ombra, con quella aria tersa e densa, nella quale noi veniamo risucchiati, e ci troviamo a vivere come trasportati dalla macchina del tempo. Lì siamo, lì vogliamo vivere.