Era indagato per la morte del padre Suicida con un frontale contro un tir

Sospettato di aver ucciso il genitore. Prima chiede scusa a tutti e si toglie la vita. Per la colpa o per protestare la sua innocenza?

Una vita da romanzo di Emmanuel Carrère quella di Francesco Mosetti, di anni trentotto. Una vita finita l'altro ieri sulla via Emilia nei pressi di Parola, nel tratto tra Parma e Fidenza. L'uomo si è schiantato con la sua Dacia Duster contro un tir che andava nell'altra direzione. Della sua auto è rimasto pochissimo, della sua vita niente. L'autista dell'autoarticolato è uscito di strada e ora è ricoverato in ospedale in gravi condizioni. Chi ha assistito all'incidente racconta che l'auto ha cambiato la sua traiettoria per andare incontro al bestione. Un atto volontario.

Un suicidio.

Quella mattina, era mercoledì, Francesco aveva mandato un messaggio al suo avvocato, Alessandro Veronesi, che aveva messo in allarme il legale, che infatti aveva provato a contattare il suo assistito, ma il suo telefono era spento, muto. «Mi hanno abbandonato tutti - c'era scritto in quel messaggio - ma io non ho ucciso mio padre. Sono innocente». Poi alcune istruzioni: «Domani ti arriverà un pacco con le mie disposizioni. Ti ringrazio per quello che hai fatto».

Già, perché da qualche settimana Francesco era indagato per la morte del padre Antonino, di anni settanta. Un uomo a cui era molto legato, ancor più da quando qualche tempo fa era morta la mamma del giovane. I due vivevano entrambi a Bologna, ma non assieme. Antonino si era ammalato ed era stato ricoverato all'ospedale Maggiore del capoluogo emiliano, in coma. Qualche settimana dopo si era ripreso al punto da lasciare l'ospedale e tornare a casa. Poi, il 4 novembre, la morte. Improvvisa, senza spiegazioni. Una cugina di Francesco aveva fatto un esposto ed erano partite le indagini. I carabinieri dei Nas avevano frugato nell'abitazione dell'anziano, avevano esaminato i tanti flaconcini di medicinali, si erano fatti dare dal Maggiore la cartella clinica dell'uomo. Il sospetto dei carabinieri di Zola Predosa e della procura è che Francesco avesse avvelenato il padre iniettandogli del veleno.

Il veleno si era sparso anche nella vita di Francesco. Guardato con sospetto da tutti. Abbandonato dagli amici. Dalla fidanzata.

Qui, come detto, siamo al confine tra vita e letteratura. La realtà che si fa finzione e ci si confonde. Francesco era sempre in bilico tra queste due polarità. Come il personaggio dell'Avversario del già citato Carrère (tratto a sua volta da una storia vera) aveva fatto credere al padre di essere in procinto di laurearsi in Medicina. Anzi, proprio il giorno in cui si sarebbe dovuto laureare è quello in cui il padre era finito in ospedale in coma. Ma Francesco non si era mai iscritto all'università. Pare frequentasse qualche lezione, lui poi avrebbe detto per passione, ma forse soltanto per acquisire indizi per suffragare il suo infingimento nato forse per gioco e diventato una valanga fatta di bugie.

Bugie e soldi, Tanti soldi. Quelli che costituiscono l'eredità di Antonino, pare due milioni di euro di patrimonio, e Francesco era figlio unico. E quelli che un ex datore di lavoro accusava Francesco di avergli sottratto qualche anno fa, quando lavorava in una società di export e pare avesse stornato abilmente alcuni bonifici sul suo conto. Per questo era stato indagato per appropriazione indebita, anche se l'indagine si era arenata ed era rimasta solo una richiesta di risarcimento civile per 100mila euro.

Il romanzo ha avuto la sua fine sulla via Emilia, a tutta velocità. E bum. Ma qualche pagina potrebbe ancora essere scritta. Quando si saprà, ed esempio, se Antonino è stato avvelenato o no.