Esplodono impianti chimici: 2 morti, incubo nube tossica

Doppio incidente in due diverse fabbriche, operai le vittime dello scoppio. Si teme il disastro ambientale

Noam Benjamin

Berlino Un boato, fiamme altissime e un pennacchio di fumo nero visibile anche a grande distanza. Così ieri mattina l'impianto Basf di Ludwigshafen, in Germania. Situata lunga la riva sinistra del Reno, la città è un importante porto fluviale, ma è più conosciuta perché ospita un grosso impianto del colosso chimico tedesco. «Alle 11.30 si è verificata stata un'esplosione a Ludwigshafen. Numerose persone sono rimaste ferite. Le cause sono ancora indeterminate», confermava più tardi l'azienda. Con il passare delle ore il bilancio delle vittime si è fatto più pesante. In serata si contavano due morti, due persone disperse e 6 ferite. «Faremo di tutto per determinare le cause dell'accaduto», ha spiegato più tardi il direttore dell'impianto, Uwe Liebelt. Un doppio lavoro: la giornata era cominciata con una prima esplosione avvenuta alle 8.30 in un altro stabilimento Basf, a Lampertheim in Assia. Nella struttura adibita alla lavorazione di additivi per materie plastiche, 18 chilometri a nord da Ludwigshafen, l'incidente ha causato il ferimento di quattro persone. Qua tuttavia la detonazione non ha provocato una nube tossica e l'incidente non avrebbe trovato risonanza nei media se non fosse stato amplificato da quello più grave accaduto tre ore dopo nel porto sul Reno. In serata una portavoce del più grande stabilimento chimico al mondo, esteso su un'area di dieci chilometri quadrati, spiegava che tecnici e pompieri erano ancora all'opera per spegnere le fiamme. L'unica notizia confermata è che l'esplosione è avvenuta nel corso di lavori alle tubature per il trasbordo di liquidi infiammabili e di gas dalle navi agli impianti produttivi.

L'incidente di Ludwigshafen ha fatto scattare una serie di allarmi. In primo luogo quello ambientale. La cittadina portuale è separata da Manheim solo dal Reno e davanti all'avanzare della nuvola nera sollevatasi sopra la Basf, le autorità hanno invitato la cittadinanza a restare in casa e a tenere e finestre ben chiuse. Una misura precauzionale adottata dopo che nei pressi del luogo dell'incidente molte persone hanno cominciato ad accusare difficoltà respiratorie. Al di là delle rassicurazioni fatte poi circolare dalle stesse autorità, è impossibile determinare la pericolosità dei fumi neri prima che Basf renda noto quali sostanze chimiche hanno causato l'esplosione.

L'altro allarme è quello del terrorismo. Nel giro di poche ore Basf ha subito due incidenti a due stabilimenti situati a poca distanza l'uno dall'altro. In entrambi i casi la polizia ha smentito la pista del terrore, il che non ha tuttavia impedito ai cittadini di preoccuparsi. Il ricordo dei quattro attentati di luglio, due dei quali di matrice islamica, è ancora ben vivo nella mente dei tedeschi e ancor di più lo è la caccia all'uomo dello scorso fine settimana di un terrorista dell'Isis intenzionato a far saltare in aria un aeroporto tedesco. A casa del siriano, entrato in Germania come richiedente-asilo, la polizia ha ritrovato un chilo e mezzo di Tatp, lo stesso esplosivo utilizzato per gli attentati dei mesi scorsi a Parigi e a Bruxelles.

Ludwigshafen non è nuova a incidenti. Si tratta del 15esimo incidente verificatosi nella struttura solo negli ultimi 12 mesi. Le autorità cittadine - prima della tragedia odierna - avevano già convocato per il 26 ottobre i vertici della Basf proprio per l'alto numero di problemi dell'impianto. Incidenti in serie: nell'ottobre del 2014 un lavoratore della Gascade, azienda operante in prossimità degli impianti Basf, rimase ucciso in un'esplosione avvenuta durante i lavori a una tubatura. Nel 1921 un silos Basf con 4.500 tonnellate di nitrato di ammonio e di solfato di ammonio esplose provocando la morte di 600 persone e il ferimento di altre 2mila. L'incidente di oggi porta anche alla memoria un ricordo più vicino nel tempo ma non meno triste. Durante la Seconda guerra mondiale, negli impianti Basf di Ludwigshafen lavorarono anche i cosiddetti «schiavi di Hitler», e cioè deportati obbligati a far camminare la macchina industriale tedesca. Fra questi anche molti italiani.