Expo va di traverso ai gufi: pronti via ed è subito boom

Milioni di biglietti venduti, file di gente ordinata, aria di festa ovunque. Il cantiere è ancora aperto ma quasi non si vede. E i cinesi dicono: "Milano meglio di Shangai"

L'immagine più bella per raccontare il primo giorno di Expo è quella di una ragazza cinese che, mentre addenta una piadina romagnola farcita, ammette: «É tutto bellissimo, meglio dell'Expo di Shanghai». É appena scesa dal corridoio a rete fluttuante del Brasile e ha deciso di addentrarsi fra gli stand della cucina regionale italiana. Sorride.

Ecco, Expo comincia così. E fa dimenticare ritardi, polemiche, corse contro il tempo. E perfino gli scontri in centro. Il clima che si respira è quello della festa. Nessuno si lamenta per la coda all'ingresso e, tutto sommato, il flusso della gente scorre bene anche nell'ora di punta. I controlli ci sono e sono serrati ma la pausa al metal detector dura una manciata di secondi. Anche gli organizzatori si rilassano. Certo, le magagne da correggere sono ancora parecchie, ma si tratta di poca cosa: bisogna verificare se tutti gli ingressi vengono utilizzati come programmato, bisogna stabilire regole chiare per evitare che alcuni padiglioni lascino spazzatura e detriti post lavori in bella vista davanti all'ingresso del padiglione, bisogna completare la segnaletica e aggiungere qualche panchina lungo il corridoio che conduce al «giro del mondo». Ma tutto sembra funzionare. L'opera di camuflage per accelerare i preparativi e non dare l'idea del cantiere aperto ha sortito i suoi effetti. Agli occhi del turista tutto è perfetto. Unico neo: un piccolo incidente al padiglione Turchia, dove una ragazza albanese è stata ferita a causa del crollo di un reticolato di ferro. Le sue condizioni non destano preoccupazione.

E poi ci sono i numeri a rincuorare gli organizzatori: non tanto i 200mila ingressi di cui si è parlato nel giorno dell'inaugurazione (cifra non confermata dallo staff di Expo) ma il numero dei biglietti staccati. «Ne abbiamo venduti 11 milioni - fa i conti l'amministratore unico di Expo Giuseppe Sala - Nelle ultime ore Expo ha scaldato il paese e abbiamo venduto botte di 200 e 300mila biglietti al giorno». Sono biglietti venduti ai singoli, senza contare quelli dati ai tour operator. «É un segnale - ha concluso - che ci fa dire che c'è stato un riscaldamento del Paese straordinario negli ultimissimi giorni». Tanto che si azzarda una previsione: entro la fine dell'Expo si arriverà a quota 24 milioni di biglietti, per una media di 22 euro l'uno. In particolar modo sta avendo successo la formula Season pass, che da' diritto a un pacchetto di ingressi. «Tutti si sono subito resi conto che per girare Expo non basta un giorno» commenta Sala. Calcolare quante persone stanno entrando ogni giorno al villaggio universale non è tra le preoccupazioni principali degli organizzatori. «Non voglio che i miei - spiega Sala - entrino in questo loop stressante. Voglio che piuttosto si concentrino sulle vendite senza perdere tempo a fare conteggi».

«Abbiamo iniziato un bel lavoro, in sei mesi andremo lontano» aggiunge il ministro alle Politiche agricole Maurizio Martina. A rincuorarlo sono anche i dati degli ascolti alle due dirette in mondovisione: il 27 per cento di share per il concerto in piazza Duomo del 30 aprile e il 32,5 per cento (oltre 4 milioni di telespettatori) per la cerimonia di inaugurazione. Altri numeri che fanno stare più tranquilli sono quelli legati alla sicurezza: a Rho e nel sito sono stati raddoppiati gli agenti in servizio, sia agli ingressi principali sia lungo il perimetro dell'area, in tutto 1200. Si alterneranno in due macro turni, di giorno e di notte, e scongiureranno il rischio di blitz. Se il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni si faceva scrupoli sulle «troppe divise» in mezzo ai visitatori, i turisti non sembrano affatto infastiditi. E le ragazze non disdegnano foto assieme agli agenti.

I l 1° maggio - si sa - è la festa del lavoro. Celebrazione chissà poi perché di sinistra, che più di sinistra non si può. In genere sono i veterocomunisti a tifare per la chiusura dei negozi e di tutte le attività per garantire ai proletari e lavoratori (quelli che il lavoro ce l'hanno, si intende. Degli altri chissenefrega?) di festeggiare il sol dell'avvenire girandosi i pollici, mangiando fave-e-pecorino, andando a sentire Goran Bregovic (argh!) e Susanna Camusso (stra-argh!) in santa pace.

Eppure nel mondo dei supermercati tutto va al contrario. Chi venerdì avesse voluto fare la spesa avrebbe trovato aperto soltanto Eataly, la catena di supermercati del cibo italiano di proprietà di Oscar Farinetti, padre partigiano e presente da renziano osservante con il tintinnìo delle casse per sottofondo. Sbarrati invece tutti gli ipermercati della Esselunga, quella di Bernardo Caprotti, uno da sempre in area centrodestra e in lotta personale contro la concorrenza rossa (leggasi Coop), alla quale ha dedicato anche il pamphlet Falce e Carrello . La morale? A sinistra si predica bene e si fa la spesa male.