Da Fanfani a Prodi, i big caduti sulla via del Colle a un passo dall'elezione

Tutti i nomi eccellenti dati già per certi al Quirinale e poi silurati all'ultimo dai franchi tiratori

Chi entra papa in Conclave quasi sempre ne esce cardinale. Il detto sarà vecchio, ma è sempre valido. E ben si adatta a entrambe le sponde del Tevere, al Soglio di Pietro come alla Presidenza della Repubblica. Nella Cappella Sistina come a Montecitorio.

E se in queste ore i segretari di partito fanno a gara per tenere coperte le carte nel timore di "bruciare" questo o quel candidato - come se non andassero già a fuoco da sè senza l'ausilio della stampa - di nomi eccellenti affossati all'ultimo miglio della maratona per il Quirinale ce ne sono parecchi.

Sin dalla prima elezione, nel 1946: come primo Capo dello Stato venne scelto Enrico De Nicola, lo schivo giurista campano preferito a nomi di ben maggior calibro, come Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando. Nell'Italia dell'immediato dopoguerra le spaccature politiche erano profonde e per non affossare nessuna candidatura di primo piano si scelse di ripiegare su un nome meno noto, autorevole ma anche meno "esposto" di altri. Una presidenza di transizione, si potrebbe dire, se solo ci fosse stato un altro Presidente, prima.

Intanto, però, i nomi eccellenti venivano "preservati" in attesa, credeva qualcuno, di una nuova votazione da tenersi una volta che il quadro politico si fosse stabilizzato. Cosa che puntualmente non avvenne: Croce e Orlando uscirono di scena e come successore di De Nicola venne chiamato Luigi Einaudi - che peraltro, curiosa coincidenza, era stato monarchico. Così dal novero dei favoriti venne escluso anche il conte Carlo Sforza, aristocratico uomo di diplomazia, ministro degli Esteri per il Re e per la Repubblica, lodato da molti ma poi silurato nel segreto dell'urna.

Gli esclusi illustri sono molti, spesso tagliati fuori dalla corsa al Colle in favore di figure di secondo piano ma meno "ingombranti". È il caso di Amintore Fanfani e di Aldo Moro, spesso accusati di "progressismo" dalle frange più conservatrici della Dc. Entrambi vennero bocciati dal Parlamento nelle elezioni del 1971, quando venne eletto Presidente della Repubblica il napoletano Giovanni Leone.

Tra i papabili eccellenti caduti appena prima del traguardo vale la pena di ricordare anche Arnaldo Forlani e il sempiterno Giulio Andreotti, dato per vincitore quasi certo nella corsa al Colle del 1992 e poi bruciato da Scalfaro all'indomani della strage di Capaci. Il Divo Giulio seppe incassare con la solita classe, ma ormai il dado era tratto e quella che rimane senza dubbio la più straordinaria carriera politica dell'intera storia repubblicana non potè terminare sullo scranno istituzionale più alto.

In tempi più recenti, si segnalano la mancata elezione di Giuliano Amato nel 2006, quando la candidatura di Napolitano - espressione della sinistra allora al governo - fu preferita a quella del Dottor Sottile, considerato come un nome più adatto ad esprimere le preferenze di un più ampio arco di forze politiche. L'apice del potere dei franchi tiratori, però, venne raggiunto due anni fa, quando sull'altare per il colle più alto venne immolato Romano Prodi, investito di una candidatura apparentemente univoca da parte del Pd (si parlò di "candidatura per acclamazione") e poi silurato dagli ormai celeberrimi 101. Cronaca di uno psicodramma tutto interno al Pd, incapace di trovare una soluzione di ripiego e quindi costretto a ripiegare su un Napolitano-bis, quasi implorando il vecchio Presidente di rimanere al Colle in attesa di tempi migliori.

Ora che gli equilibri parlamentari sono rimasti (praticamente) gli stessi, i nomi dei papabili si avvicendano or su or giù, "come i ceci nella pignatta" diceva, ricordando il Conclave, Giovanni XXIII. E il Papa buono, eletto in tarda età nella sorpresa generale e quindi destinato a riformare profondamente la Chiesa moderna, lo sapeva bene: chi entra in Sistina vestito di bianco, ne esce quasi sempre con i paramenti rossi dei cardinali.

Commenti

roberto.morici

Lun, 19/01/2015 - 21:09

Insisto: Prodi Presidente! Parfrasando una famosa massima latina, con incorporato errore grammaticale, mi piace dire che "In Medium stat virtus". Chi meglio del famoso (famigerato) Mago di Gradoli?