"Fate presto, qui è una strage". Il cuoco e l'allarme inascoltato

Parete, uno dei superstiti del Gran Sasso, era in contatto col suo titolare. Richieste d'aiuto ignorate per oltre tre ore

Non gli hanno creduto. L'hanno trattato con superficialità. L'allarme è stato ignorato e preso sul serio soltanto dopo quasi tre ore. La tragica verità dietro la strage dell'hotel Rigopiano di Farindola è questa. Tutto il resto viene dopo: ritardi, disorganizzazione, soccorritori che sopraggiungono sugli sci quando non manca molto all'alba, la turbina spazzaneve ferma a 700 metri dall'albergo perché è rimasta senza gasolio e i vigili del fuoco hanno dovuto rifornirla affondando nella coltre bianca mentre portavano le taniche a spalle.

Non è questione di orgoglio, di buona volontà, di cuore oltre l'ostacolo, di valore dei singoli. I soccorritori al lavoro da due giorni tra le masse di neve del Gran Sasso, senza risparmio né sonno, sono degli eroi. L'orgoglio c'è, ma la rabbia è più forte. Il terremoto è imprevedibile; le nevicate, nel cuore dell'inverno, alle pendici del Gran Sasso, no. Il maltempo, violento, era annunciato da giorni: l'allerta meteo arancione (terzo grado di allarme su quattro) della Protezione civile per l'Abruzzo era stato lanciato lunedì 16. Tuttavia nessun piano di intervento è stato messo in atto. Nessun ordine di sgombero degli edifici prima che le strade fossero intransitabili. Niente spazzaneve sulle vie di comunicazione. E nemmeno il pieno ai mezzi di emergenza. La solita accozzaglia di improvvisazione e fatalismo, con l'aggiunta della leggerezza.

Il drammatico racconto del professor Quintino Marcella raccolto dal sito internet di Repubblica, che ieri ha fatto il giro del web scandalizzando l'Italia, dà la misura di questo disgraziato Paese. Marcella è un professore dell'istituto alberghiero De Cecco di Pescara. È titolare di un ristorante a Silvi Marina, chiamato L'isola felice. Un suo cuoco, Giampiero Parete, di Montesilvano (Pescara), era in vacanza per qualche giorno al Rigopiano di Farindola con la famiglia, moglie e due figli piccoli, otto e sei anni. Sono le 17,30 di mercoledì quando squilla il telefonino del professore: è il cuoco via Whatsapp, una delle due persone che si trovavano all'esterno dell'edificio e non sono state sepolte dalla neve.

Dice Marcella: «Mi chiama e mi dice: Aiuto professore, qui è venuta una valanga, l'albergo non c'è più, è sparito, sepolto, noi siamo fuori, siamo in due, chiamate i soccorsi, correte. Io chiamo la polizia e chiedo di mettermi in contatto con il centro di coordinamento della prefettura. La signora mi risponde in maniera particolare, mettiamolo tra virgolette». Un tono di sufficienza, di chi la sa più lunga: «Guardi che ho chiamato due ore fa l'albergo ed era tutto a posto», è la replica. Alle tre del pomeriggio, all'albergo doveva arrivare lo spazzaneve per aprire la strada agli ospiti che avevano deciso di rientrare a casa in anticipo sul previsto. Davvero era tutto a posto?

«Ma come? sbotta Marcella - Mi sono qualificato, le ho detto che sono una persona corretta, il mio cuoco è persona seria, sta sotto la valanga, non è uno che scherza su queste cose. Ma lei non ha voluto prendere per vera la mia versione. Io ho insistito, ho chiamato il 115, il 117, il 118, 113, 112, ho impazzito il mondo fino a quando verso le 20 si sono convinti e hanno messo in moto le macchine. Hanno creduto». Un ritardo che potrebbe essere stato fatale.

«Io sentivo lui ogni istante con i messaggi riferisce il prof -, un paio di volte l'ho chiamato, lui ripeteva Aiuto aiuto aiuto aiuto, e io: arrivano, stanno arrivando. Gli chiedevo: ma lì com'è? E lui: Qui sono tutti morti. Ci siamo sentiti appena l'hanno ripreso con gli sci, mi ha telefonato, guardi che sto venendo a Pescara in elicottero. Lui là sotto ha moglie e due figli e ha perso tutto. Ma Gesù è grande e spero che li ritrovano tutti vivi».

Gesù è grande: un barlume di speranza nel buio cupo di questa valanga. Gli ospiti dell'hotel erano nella hall con le valigie pronte. Aspettavano lo spazzaneve. Doveva arrivare alle 15, poi alle 19. In mezzo, dopo le 17, si è abbattuta la slavina. E l'allarme di uno dei pochissimi sopravvissuti non è stato preso sul serio. I valorosi soccorritori sono arrivati alle 4,40 del mattino dopo, sugli sci e con le pelli di foca, 11 ore dopo la sciagura. La talpa con il turbo stava ancora aspettando il gasolio.