Fratelli musulmani, la variabile impazzita

Tutti sperano nella pax russa con la complicità turca, come in Siria, ma siamo sicuri che i mortali rivali libici siano pronti a far tacere le armi? Il generale Khalifa Haftar, fino a ieri sera, non aveva ancora firmato l'accordo di Mosca e puntava i piedi per smantellare le milizie terroristiche, che secondo lui sono solo sull'altro fronte. Fayez al Serraj, il premier libico, ha detto sì per primo, ma i Fratelli musulmani ci hanno messo lo zampino. Il capo del Consiglio presidenziale di Tripoli, Khaled al Mishri, uomo della Fratellanza, ha approvato l'accordo imponendo la clausola, non scritta, che le truppe di Haftar debbano ritirarsi sulle posizioni precedenti al 4 aprile, data d'inizio dell'offensiva su Tripoli. In pratica tornarsene a Bengasi o al massimo rintanarsi nel Sud dopo quasi dieci mesi di guerra, perdite ingenti e un sacco di soldi investiti dai suoi padrini. Proprio adesso che è arrivato ad Abu Slim, il quartiere ex gheddafiano vicino all'hotel Rixos, sempre più vicino al centro della capitale.

La «trappola» dei Fratelli musulmani è abile: se l'uomo forte della Cirenaica non firma diventa il cattivo di turno, ma se lo fa deve andarsene con la coda fra le gambe buttando all'aria gli sforzi e il terreno conquistato nell'offensiva.

Non solo Haftar, ma pure i suoi alleati egiziani e i russi difficilmente possono accettare una fregatura del genere. Probabilmente per questo motivo il documento da firmare che suggella la tregua, è molto generico.

La mossa dei Fratelli musulmani ha un mandante ancora più insidioso della Turchia: il Qatar, che fin dall'inizio appoggiava Serraj e non ha nessuna intenzione di perdere la partita libica a favore dei sauditi alleati di Haftar. La lista dei Paesi arabi coinvolti nel conflitto è lunga e comprende pure gli Emirati, che inviano i droni di fabbricazione cinese per bombardare i governativi.

I padroni di casa russi hanno fatto i conti senza l'oste, ovvero gli insidiosi arabi, che fomentano il conflitto in Libia.

Serraj ha firmato, ma si è rifiutato di incontrare il generale, altrimenti potrebbe finire male al ritorno in patria. Il premier libico riconosciuto dall'Onu è sempre stato ostaggio delle milizie di Misurata e dei Fratelli musulmani armate dai turchi, che hanno difeso Tripoli.

Non sono le sole incognite. Dei grandi giochi sull'asse Mosca-Ankara, gli Stati Uniti sembrano essere stati tagliati fuori e l'Europa ha un ruolo da comprimaria con la conferenza di Berlino, che dovrebbe ratificare l'accordo, se vedrà la luce, concordando i dettagli. L'Italia è finita ai margini, grazie all'incapacità del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio e dello stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. I due stanno girando come trottole nel Mediterraneo sperando disperatamente di non restare con il cerino acceso in mano. E provocando altri danni, come il repentino riavvicinamento alla Turchia, che farà inferocire ancor più i francesi, pure loro tagliati fuori. Proprio Parigi potrebbe vedere di buon occhio un no di Haftar all'accordo. In ogni caso il generale si è ritagliato il controllo del forziere petrolifero libico fra Sirte e Bengasi, che ai tempi di Gheddafi era terreno di espansione di Eni con contratti quarantennali.

Alla fine soprattutto lo zar e in parte il sultano, forse riusciranno a spuntarla, come in Siria, ma l'accordo potrebbe anche franare per le trappole libiche. L'Italia, però, rischia di essere la vera perdente della partita sull'altra sponda del Mediterraneo dove ci giochiamo i nostri interessi nazionali.