"Il fratello di Kim ucciso perché spiava per la Cia"

Si definiva dissidente ma riciclava fondi neri e si rovinava nei casinò. Segreti ne aveva pochi

Gian Micalessin

Altro che 007. Stavolta la realtà si fa un baffo di Hollywood e dei suoi film. Il problema è, però, dove finisca quella realtà e dove incomincino le montature. E soprattutto dove stia la verità. Eh sì, perché la tragica quanto surreale vicenda di Kim Jong Nam, il 45enne fratellastro del dittatore nordcoreano Kim Jong Un, assassinato con una spruzzata di gas nervino all'aeroporto di Kuala Lumpur nel febbraio 2017 si fa sempre più opaca, dubbia e scivolosa.

L'ultimo mistero riguarda le reali attività dell'erede caduto in disgrazia e costretto all'esilio fin dal 2001 quando abbandonò il Paese utilizzando un falso passaporto e un nome di fantasia per passare, si disse, qualche giornata di svago nella succursale giapponese di Disneyland. Stando a quanto rivelano, invece, sia il libro della giornalista del Washington Post Anna Fifield, atteso nelle librerie in questi giorni, sia un articolo del Wall Street Journal il bizzarro e pacioso fratellastro non sarebbe stato solo un erede scomodo, ma anche un informatore al servizio della Cia e dei servizi segreti cinesi. E proprio questi doppi giochi sul fronte dello spionaggio potrebbero essergli costati la vita. Certo le soffiate distribuite a Cia e agenti segreti cinesi non erano le sue uniche attività rischiose. A Macao dove si era stabilito dopo l'addio alla Corea del Nord era conosciuto come un incallito frequentatore di casinò. Una passione legittima, ma abbinata a quella, meno lecita, di riciclatore di denaro sporco per conto della malavita internazionale. Attività facilitata proprio dalla frequentazione delle case di gioco e con chi le gestiva.

Ma Kim Jong Nam - figlio di primo letto del defunto dittatore Kim Jong Il ed erede designato al trono rosso di Pyongyang dal 1994 fino alla disavventura giapponese del 2001 - preferiva presentarsi come un eretico. Parlando di se stesso amava descriversi come un dissidente caduto in disgrazia non a causa di una sventata attrazione per parchi divertimenti e case da gioco, ma in seguito ad un'insana passione per le riforme. Qual sia la verità non lo sapremo mai. Come non sapremo da dove arrivassero i centomila dollari in contanti ritrovati nel suo zainetto assieme a quattro passaporti tra cui uno portoghese, uno cinese e due nord coreani tutti intestati con il suo pseudonimo di Kim Chol. Dettagli rispetto al misterioso ruolo della 28enne vietnamita Doan Thi Huong e della 25enne indonesiana Siti Aisyah, le due donne killer che prima gli spruzzarono un sostanza sul viso e poi lo ripulirono con un fazzoletto, imbevuto probabilmente di un'agente catalizzante, indispensabile per far agire il veleno.

Le due hanno sempre raccontato di aver agito convinte di partecipare ad un programma di scherzi televisivi dopo esser state avvicinate e reclutate da quattro uomini scomparsi nel nulla. Condannate a brevi pene detentive le due sono già libere e nessun altro colpevole o mandante è stato mai identificato.

La sciarada di misteri e sospetti collegata all'assassinio del fratellastro di Kim Jong Il s'accompagna alle rivelazioni, degne anch'esse di un film, sulle esecuzioni pubbliche condotte dal regime di Pyongyang negli ultimi decenni. Le rivelazioni sono state raccolte dal «Gruppo di Lavoro sulla Giustizia Transitoria», un'organizzazione sudcoreana che ha intervistato 610 fuoriusciti del nord identificando ben 318 patiboli pubblici allestiti nei pressi di mercati, parchi, campi sportivi e scuole dove venivano eseguite sentenze capitali di fronte a folle di oltre mille persone. Le esecuzioni stando alle testimonianze raccolte sarebbero servite a instillare una forma di paura collettiva nella già stremata e terrorizzata popolazione nord coreana.