La fronda dem cerca un leader e punta a fare saltare l'Italicum

Dopo gli insulti, i nemici interni del premier sostenuti da Prodi preparano la vendetta e mettono nel mirino la riforma elettorale. Il bersaniano Zoggia: dobbiamo tenerci pronti

Ce n'è per tutti, nell'intervista di Matteo Renzi. Anche se stavolta le battute migliori le riserva ai frondisti in servizio permanente effettivo del suo partito, quelli sempre imbronciati e brontolanti come pentole di fagioli, che gli contestano tutto e il contrario di tutto. E Renzi li seppellisce sotto una lapide definitiva, dicendo che gli ricordano la perfida canzone di Elio e le Storie Tese, «Cara ti amo». Dialogo surreale tra un fidanzato e la sua incontentabile fidanzata, che vuole sempre il contrario di quel che lui le propone.

In effetti basta ridare un'occhiata al testo («Cara ti amo». «Non mi voglio sentire legata». «Rimani a casa». «Voglio essere libera». «Esci pure con chi ti pare». «Non t'interessi mai di quello che faccio». «Vorrei palparti le tette». «Porco». «Mai ti toccherei neanche con un fiore». «Finocchio». «Rimango in casa». «Mi opprimi». «Esco». «Questa casa non è un albergo») per vedersi davanti Civati, D'Attorre, Fassina e compagnia che attaccano briga con Renzi.

Ovviamente si sono offesi tutti moltissimo. Laura Boldrini, stangata dal premier perché è «uscita dal suo perimetro istituzionale», si fa difendere da Sel («Le Camere non sono la dependance del governo») e medita se replicare nei prossimi giorni. Bersani si fa difendere da Miguel Gotor, suo fidato moschettiere. Il quale dà una sorta di ultimatum al premier, con toni anche perentori: «Renzi giudica “incomprensibile” la posizione di Bersani sulla legge elettorale? Facciamo a capirci: o si cambiano le modalità elettive del nuovo Senato oppure si interviene sulla legge elettorale. I capolista bloccati vanno tolti dall'Italicum».

La legge elettorale è il campo di battaglia su cui la minoranza spera di aver finalmente la possibilità di assestare qualche colpo all'odiato premier. Il che non vuol dire che si trascurino gli altri terreni: Fassina e Boccia stanno cercando di far saltare pezzi della riforma delle banche popolari (attaccata anche da un furioso Romano Prodi, che l'ha giurata a Renzi per averlo scartato a priori per il Colle). E una versione piuttosto accreditata spiega che Renzi avrebbe bloccato all'ultimo il decreto sulla scuola dopo aver subodorato la trappola: un pezzo di Pd insieme a Cinque Stelle e Sel voleva provare a bocciare in aula gli sgravi fiscali alle scuole paritarie. Mandando a gambe all'aria l'intero testo. Ergo, con mossa fulminea, il premier l'avrebbe trasformato in un ddl con l'obiettivo di renderne inespugnabili i capisaldi agli agguati parlamentari.

In attesa dello scontro finale sulla legge elettorale, la minoranza anti-Renzi prova a trovare un'unità che le sue molteplici correnti non riescono ad avere. Nell'ambito di questo sforzo unitario, Bersani andrà in visita pastorale alla manifestazione organizzata dalla corrente del capogruppo Roberto Speranza (Area riformista, per gli appassionati) il 14 marzo a Bologna. E Speranza andrà a quella promossa da Bersani il 21 marzo all'Acquario di Roma. La scelta del luogo ha provocato scongiuri e gesti apotropaici in quantità tra i partecipanti (ci saranno anche Cuperlo, Civati, Bindi eccetera) visto che è lo stesso dove, nel febbraio 2013, proprio Bersani attese invano la vittoria elettorale, ma i promotori sperano stavolta di ribaltare i pronostici.

Sta di fatto che la linea di Speranza e quella di Bersani restano piuttosto lontane: «Noi» spiegano i seguaci del capogruppo, «non daremo mai pugnalate alle spalle a Renzi: la nostra linea è autonomia, ma responsabile: trattiamo col premier fino all'ultimo ma non provocheremo mai una crisi di governo». Il sottinteso è che Bersani e gli altri, invece, non vedrebbero l'ora di far inciampare il governo del Pd. Pur non avendo, al momento, alternative da proporre: né per Palazzo Chigi né, più modestamente, per il Nazareno.

«Dobbiamo trovare un leader da contrapporre a Renzi, quando sarà il momento», dice ad esempio Davide Zoggia. Ma si brancola nel buio: Bersani è out, Cuperlo pure, Nicola Zingaretti da quell'orecchio non ci sente. Si attende la nascita di un Messia.