La fronda Pd gongola e si prepara a cacciarlo

La «Ditta» mette in discussione il doppio incarico tornando a chiedere modifiche all'Italicum

Roma La sinistra interna al Pd presenta il conto. L'opposizione democratica al premier democratico, per la verità sempre più debole, ha sfruttato il voto amministrativo per mettere in discussione Matteo Renzi. A partire dalle scelte fondamentali, come quella degli alleati in Parlamento e anche sul territorio. Non c'è esponente della minoranza Pd che ieri non abbia preso la parola contro il premier, accusandolo di avere affossato i candidati del Pd, alleandosi con Denis Verdini. «Dove c'è il centrosinistra noi abbiamo retto bene, dove ci sono state alleanze strane e stravaganti, come a Napoli e Cosenza, i risultati parlano chiaro. Avevo detto: attenzione, le foto con Verdini ci fanno perdere voti, non ce li fanno guadagnare. Ma di questo parleremo dopo le amministrative», ha protestato il leader della sinistra interna Roberto Speranza.

Ma anche l'avere spostato l'asticella troppo avanti, al referendum costituzionale, ignorando l'appuntamento con le amministrative. «Per un paio di mesi - rivendica Gianni Cuperlo - ho chiesto di concentrare tutte le nostre energie sulla campagna elettorale perché giugno veniva prima di ottobre. Così non è stato, e ancora nell'ultima settimana praticamente non vi è stato giorno in cui la riforma non sia stata indicata come la madre di tutte le battaglie. Mi chiedo quale logica abbia spinto una parte del gruppo dirigente del Pd e del governo a seguire quella strada a fondo cieco».

In discussione c'è il ruolo di Renzi di premier e segretario del partito. Ma è merce di scambio per quella che la minoranza Pd, compreso l'ex segretario Pier Luigi Bersani, considera la vera battaglia da combattere: quella per cambiare l'Italicum, legge elettorale che non piace al Pd doc.

Il premier ha risposto, come di consueto, respingendo tutte le richieste. La sinistra interna ha armi spuntata a livello nazionale.

Ma la vera minaccia a Renzi viene proprio dalla «Ditta» e dal mondo che un tempo era lo zoccolo duro della sinistra post Pci. Il centro studi della Luiss, ieri citatissimo dagli oppositori del premier, ha calcolato che a Torino la sinistra ha perso 95 mila voti. Il partito del premier, nonostante gli annunci su pensioni meno rigide e bonus da 80 euro per tutti, va male nelle periferie e nelle aree popolari.

Le peggiori performance sono state quelle delle regioni rosse, sempre più insofferenti verso il premier. A Bologna il candidato del Pd si è fermato al 39,5%. In Emilia Romagna, Toscana, Liguria o in Friuli, le giunte di centrosinistra hanno ottenuto risultati deludenti e dovranno conquistare il governo al ballottaggio. Segno che la vecchia macchina dell'ex Pci, quella che anche nelle stagioni più difficili garantiva voti alla sinistra, si è inceppata. E questa non sarebbe una novità, visto che è una tendenza iniziata da tanto tempo. Ma il voto poco convinto delle ex regioni rosse è anche una prova generale per il referendum di ottobre. E questa è una preoccupazione molto più seria per Renzi e il suo governo.

AnS