Fuoco amico su Lotti e paura del voto: nel Pd torna la guerriglia

Oggi la Direzione. Zingaretti chiede unità, Calenda e Renzi pensano a nuove liste alleate

La citazione più azzeccata la trova Carlo Calenda: il Pd? È come «Il giorno della marmotta», il celeberrimo film in cui la giornata di Bill Murray ricominciava ogni mattina da capo e sempre uguale.

Proprio come accade in casa dem, dove la guerriglia interna ricomincia ogni volta identica a se stessa, anche invertendo i ruoli dei protagonisti. Nella direzione convocata oggi, ufficialmente per fare il punto sull'ennesima tornata elettorale (e anche in Sardegna non è andata benissimo) minaccia di esplodere una polveriera di polemiche. «Tra processi mediatici e scontri personali», dice Andrea Romano, «è stato il peggior fine settimana per il Pd dal voto del 2018». Il segretario Zingaretti promette: «Farò lo sforzo di ricostruire in ogni modo uno spirito unitario». Ma l'impresa non pare facile.

Dopo il caso Lotti i veleni scorrono a fiumi, e investono anche lo scontro sui nuovi organismi nominati da Nicola Zingaretti. «Luca è stato fucilato dal fuoco amico», accusa Giachetti, «si è fatto carico a lui di uno scandalo che riguarda la magistratura». E anche Maria Elena Boschi denuncia «attacchi più interni che esterni» contro Lotti.

Ma non è solo questo a mettere in fibrillazione le diverse anime del partito: i segnali di una accelerazione verso la rottura della coalizione gialloverde, con il viaggio di Salvini in Usa per chiedere la benedizione trumpiana alla propria premiership, riaccendono i timori di voto anticipato. E la futura formazione delle liste diventa la reale posta in palio. Con una incognita ulteriore: quante saranno le liste che fanno riferimento all'area di centrosinistra? Sia Carlo Calenda (con la benedizione di Paolo Gentiloni) che Matteo Renzi sono sospettati di voler creare, a ridosso delle prossime elezioni, nuove liste in grado di allargare il campo e attirare centristi, moderati ed ex elettori di Forza Italia spaventati dalla deriva no-euro del salvinismo. Calenda scatenato sui social, fa arrabbiare moltissimi dem: se domenica aveva scritto di «vergognarsi» di aver chiesto voti «per un partito che non sa neppure stare insieme»; ieri l'ex ministro dello Sviluppo ha definito il dibattito interno una «ricreazione all'asilo d'infanzia». Ha invocato la costituzione di un «governo ombra» con dentro tutti, incluso Renzi. Poi ha sollecitato il Pd a presentare una interrogazione su Di Maio e la sua gestione del caso Whirpool. «Alle brutte», chiosa, «chiederò a Forza Italia di farlo». Si becca le risposte sarcastiche sia di Mara Carfagna («Carlo, stai sereno») che della dem Chiara Gribaudo («Meno social e più lavoro di squadra»), che gli spiegano di aver già operato in tal senso.

A chi gli chiede se sia sua intenzione dar vita ad una lista alleata ma fuori dal Pd, Calenda risponde che lo farebbe solo in accordo con la leadership Pd. Ma il segretario Zingaretti, pur consapevole della necessità di alleanze, non è esattamente entusiasta di perdere pezzi importanti (e non c'è dubbio che sia Calenda che Renzi siano atout elettorali) alla vigilia del voto. Quindi lancia un appello: «Farò di tutto per rilanciare un confronto in cui tutti possano ritrovarsi».

E anche l'ex segretario Martina implora: «Vi prego, fermatevi. Fermiamoci. Sui social e non solo. Basta. Ci si parla e ci si confronta con spirito collaborativo se si vuole costruire davvero l'alternativa. E lo si fa nelle sedi giuste. Non così».

Commenti

Alain#

Mar, 18/06/2019 - 12:51

Il PD è destinato a scomparire se non fa chiarezza al suo interno. Renzi e il suo cerchio magico di intrallazzatori si facciano un partito per i fatti loro, alleandosi con Berlusconi e co. Proporre riforme strutturali radicali tra cui quella del lavoro, dove ridurre il potere contrattuale dei lavoratori e dei sindacati ha semplicemente favorito una distribuzione più iniqua del reddito e del potere economico. Puntare sulla disintermediazione, cioè sull’annullamento del ruolo dei corpi intermedi, non rafforza la società e non favorisce la coesione sociale. L’alternativa non è fra questa Europa e l’uscita dall'euro: esiste un altro modo di concepire l’Europa dove sono possibili la promozione dei diritti sociali, equità e giustizia sociale, la riduzione delle diseguaglianze ecc.