Il futurismo nascosto nel cappotto

I n inverno, c'è un capo d'abbigliamento che mantiene da sempre intatta la sua forza, la sua personalità, il suo fascino, che con la sua abbondante portata copre magistralmente uomini e donne, che calza bene agli adulti come ai bambini; un capo che ci avvolge, ci protegge e ci isola, ma che coi suoi volumi morbidi e ampi ci offre sicurezza, fascino, personalità, che sia scuro o chiaro, a tinta unita o fantasia. È il cappotto, il Re degli indumenti come il Leone è il Re della foresta, quello che per sei mesi all'anno, e forse più, ci aspetta ben chiuso nel suo armadio, al caldo, e che poi noi tiriamo fuori, come un rito antico, ai primi freddi, e che come un'armatura o come uno scudo ci protegge da gelo, intemperie, rigidità dell'inverno. Già, proprio così: il cappotto, che molti credono essere un capo superato, soppiantato dai più moderni giubbini, giubbotti e giubbottini, e altri invece che sia solo un affare per coprirsi, magari anche fastidioso nel suo essere ingombrante. E invece? Invece, come vi ho detto, il cappotto è il Re: il re del nostro abbigliamento invernale, perché copre e scalda, certo (dopotutto è il suo mestiere), ma soprattutto dà forma e vitalità ai nostri movimenti, costruisce, in inverno, la nostra personalità e dà pienezza e magnificenza al nostro incedere nel mondo. Il cappotto dà carisma, e quando un uomo carismatico entra in una stanza, tutti gli occhi si voltano istintivamente nella sua direzione. Ma perché faccia la sua funzione, il cappotto non deve essere fasciante, striminzito, insomma un cappottino miserello: al contrario, l'unico cappotto ammesso è un cappotto bello ampio, lungo, con i revers grossi e importanti, con le falde sempre pronte a svolazzare a destra e manca, e dove persino i bottoni, che nella camicia o nella giacca sono in fondo dei piccoli accessori di poca importanza se non quella a cui sono deputati, ebbene anche i bottoni, nel cappotto, hanno da essere grandi, imponenti: insomma dei signori bottoni per un signor cappotto.

Il cappotto è l'indumento che rimane nella mente quando lo si vede al cinema o in fotografia: pensiamo alla celebre fotografia dei cinque artisti (Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini), alla prima mostra a Parigi del Movimento futurista, nel 1912: che foto sarebbe, che memoria serberemmo di loro se non avessero indossato quei gran cappottoni, a doppio petto, coi oro bottoni bene in vista e le falde lunghe, a coprire le ginocchia?

Ma il cappotto è principalmente un capo romantico. Se è vero infatti che ci isola opportunamente quando camminiamo per la strada, mettendo una sorta di parete protettiva non solo tra noi e il gelo, ma anche tra noi e qualsiasi importuno o noioso che ci volesse avvicinare; è vero però che, nel momento in cui troviamo il nostro amore, la nostra innamorata o moglie che sia, e vogliamo abbracciarla, ebbene: che poesia, che meraviglia abbracciarla con tutte le maniche e le falde del cappotto, farla entrare nel nostro avvolgente e ben caldo indumento che, come un nido d'amore, può racchiuderci entrambi, separati dal mondo come fossimo il primo uomo e la prima donna sulla terra. Del resto il cappotto non è che il prolungamento ideale di quei mantelli di pelliccia che il primo uomo e la prima donna si misero davvero addosso, nelle loro caverne, all'alba del mondo. Come stupirsi, allora, che sia il capo più affascinante e più autorevole, se è anche il primo capo che l'uomo abbia mai utilizzato sulla terra? Ma soprattutto, fateci caso, il cappotto danza. Lui danza, e noi danziamo con lui, quando camminiamo per la strada. Il muoversi delle sue falde ai nostri fianchi e intorno ai nostri ginocchi non è che il senso, l'essenza stessa e più profonda del nostro incedere danzando in quel lungo viaggio che è la vita. Il cappotto, credetemi, ci aiuterà a danzare, porterà con sé il nostro migliore e più positivo stato d'animo e ci fornirà autorevolezza, fascino, risolutezza, e soprattutto contribuirà a dare armonia e forma musicale ai nostri movimenti, altrimenti un po' scomposti e frettolosi, per via dei mille impegni che costellano le nostre giornate.