Gentiloni, Sassoli e le sliding doors di Palazzo

Ci sono le sconfitte brucianti, quelle che ti umiliano. Poi ci sono le sliding doors della politica. Non girevoli come quelle dei partiti che i soliti voltagabbana attraversano con nonchalance ma quelle dell'omonimo film con Gwyneth Paltrow, che aprono universi paralleli in cui si capisce come sarebbe andata se... E come sarebbe andata, per esempio, se a vincere le primarie del 2013 del Pd per il Campidoglio fossero stati gli sfidanti di Ignazio Marino? Già, perché a contendere al «marziano» genovese il Campidoglio erano il romano doc come Paolo Gentiloni e il fiorentino, romano d'adozione, David Sassoli, allora mezzi Carneadi buoni più a fare numero alle primarie Pd per renderle credibili che credibili candidati alla poltrona di sindaco di Roma. Sassoli non si ricordava neanche i nomi dei sette re capitolini («Sono Anco Marzio, Marco Tullio, eeh...») e fece casino sui gol di Francesco Totti in serie A («Sono più di 300», ma erano «solo» 226). Gentiloni arrivò terzo, metà dei voti di Sassoli e un terzo di quelli di Marino, allora sponsorizzato dall'eminenza grigia del Pd romano Goffredo Bettini che voleva un candidato da contrapporre all'antipolitica imperante e a un elettorato per nulla entusiasta del Pd, e senza fare una piega incassò l'umiliazione. Sei anni dopo uno siede alla guida del Parlamento europeo, l'altro è addirittura commissario Ue agli Affari economici dopo aver fatto il ministro e, già che c'era, il presidente del Consiglio. Cosa sarebbe successo se uno dei due avesse vinto? Gentiloni sarebbe certamente durato di più, Sassoli probabilmente pure. E forse i grillini non avrebbero mai scalato il Campidoglio. Certo, di contro Renzi avrebbe fatto più fatica a mandare un suo ex ministro a Palazzo Chigi come premier «pupo» per telecomandare un governo fotocopia del suo, e probabilmente i grillini avrebbero avuto la strada delle urne meno spianata, anche se l'innesco della bomba M5s è firmato Mario Monti ed Elsa Fornero, che con le loro misure impopolari e la manovra da 30 miliardi di euro spedirono la Seconda repubblica in soffitta, anzi a quel paese. Come andò a finire allora si sa: Marino durò pochino, troppi errori e poco ascolto (e alla fine arrivò via stampa il benservito del suo padrino Bettini) e lasciò Roma ai grillini. Oggi i nemici giurati di Marino sono alleati del Pd. E grazie a chi? Alla diplomazia condotta guarda caso proprio da Gentiloni e Sassoli. Oltre al danno (per tutti), la beffa. Ah, maledette sliding doors...