"Giornalista sciacallo". L'onorevole condannata ma promossa dai 5Stelle

La Sarti, dopo la sentenza per diffamazione, eletta presidente della commissione Giustizia

La politica è l'arte del possibile. È possibile, ad esempio, essere eletti candidati dal rigoroso Movimento 5 Stelle pur avendo sul capo un rinvio a giudizio per diffamazione. Cose che capitano se si sfrutta la ribalta dei social network per apostrofare un giornalista con l'epiteto di «sciacallo». Non ci sono regolamenti o tavole della legge che tengano. In punta di regolamento interno la riminese Giulia Sarti, in corsa per tornare alla Camera anche in questa legislatura, è stata «assolta» dal Movimento stesso.

Certo, poi c'è anche la questione dello scandalo rimborsi. Anche per quella vicenda la Sarti ha rischiato di rimanere fuori da Montecitorio. I probiviri del Movimento però l'hanno graziata. A convincerli l'azione legale intentata dalla stessa Sarti ai danni del suo ex fidanzato, da lei ritenuto materialmente colpevole di aver «dimenticato» di effettuare i rimborsi e anche la firma posta in calce al documento di rinuncia alla proclamazione (una volta eletta), dimostrando così di anteporre il bene del Movimento alla sua rielezione. La prima vicenda, quella della diffamazione, però ha avuto l'esito peggiore. Ed è da deputata del Movimento che la Sarti ha assistito alla sentenza del Tribunale l'11 giugno scorso quando il giudice monocratico Antonio Pelusi l'ha condannata a una multa di mille euro (con sospensione della pena) per diffamazione ai danni di un cronista del Resto del Carlino per un episodio risalente al marzo del 2015.

Dicevamo che la politica è l'arte del possibile. E infatti è anche possibile che sfogliando il rigoroso codice etico del Movimento non si trovi nulla che impedisca non soltanto alla Sarti di essere eletta deputata per la seconda volta nonostante un rinvio a giudizio, ma anche di essere eletta presidente della Commissione giustizia di Montecitorio pochi giorni dopo la sua condanna in primo grado. Una posizione, quest'ultima, che stride in tutta evidenza con il rigore proclamato dal movimento fondato da Beppe Grillo. A sottolineare la situazione paradossale è uno dei componenti della stessa commissione presieduta dalla Sarti. Roberto Cassinelli (Forza Italia) adesso si chiede: «Ma in questo caso non vale il tanto decantato Codice di comportamento del Movimento 5 Stelle in caso di coinvolgimento in vicende giudiziarie?» «Le tavole della legge grilline - si chiede il deputato azzurro - non prevedono l'immediata valutazione del Garante del Movimento 5 Stelle, del Collegio dei Probiviri o del Comitato d'appello?»

Il Codice etico del Movimento, tuttavia, a questo riguardo parla chiaramente. Se sei stato condannato anche soltanto in primo grado «per qualsiasi reato commesso con dolo» devi lasciare la tua carica. Salvo che il reato in questione non rientri nella «fattispecie in cui l'espressione di un pensiero o di un'opinione possa dar luogo alla contestazione di un reato».