GIUDIZIO POSITIVO La sorella coinvolta in uno scandalo: i sondaggi leniscono il dolore

A Palazzo Reale sembrerà una giornata come le altre. Re Felipe si dedicherà alle attività in calendario, presenzierà all'annuale assegnazione delle medaglie al merito civile. La Zarzuela non sarà vestita a festa, nessuna celebrazione è prevista per ricordare l'evento epocale di cui oggi ricorre l'anniversario: la sua successione a Juan Carlos nel trono di Spagna. Alla cerimonia che premia i cittadini spagnoli e stranieri distintisi per le loro attività, il sovrano pronuncerà un breve discorso per ricordare quel giorno di un anno fa in cui giurò sulla Costituzione promettendo «una monarchia rinnovata per un tempo nuovo». Niente di più.

Una scelta in linea con l'impronta che il sovrano 46enne sta dando alla Casa reale: niente fasti - in un momento in cui il Paese è ancora in crisi irriterebbero i sudditi - e un profilo sobrio, disciplinato, il più specchiato possibile. Che ha conquistato gli spagnoli: secondo il sondaggio dell'istituto Sigma Dos quasi otto su dieci lo considerano un buon re, persino all'interno di un partito non certo tradizionalista come Podemos il 55,5% esprime un giudizio positivo. E la metà dei sudditi gli attribuisce il merito di aver restituito prestigio alla Corona. Con decisioni che hanno smentito chi, all'inizio, ne paventava la debolezza caratteriale: ha stabilito un rigoroso codice di comportamento per i funzionari del Palazzo, ha vietato ai componenti della famiglia reale di fare affari e sfruttare economicamente il proprio status . Una pomata sulla bruciatura dello scandalo per corruzione che vede imputati il cognato Iñaki Urdangarin e la moglie, l'infanta Cristina. A sua sorella Felipe VI ha, solo pochi giorni fa, clamorosamente revocato il titolo di duchessa di Palma, regalo di nozze del padre Juan Carlos. L'ex sovrano aveva provato a convincere la figlia a rinunciarvi, lei aveva fatto orecchie da mercante. «Serve un patto di solidarietà con la società», è l'invito rivolto dal re, pochi giorni dopo la decisione, a una platea in cui sedeva la crème della grande nobiltà iberica.

Se Juan Carlos aveva bollato le istanze autonomiste come «chimere», Felipe pochi giorni dopo la proclamazione aveva invocato «collaborazione per il raggiungimento di mete collettive che vadano a beneficio dell'interesse generale». Diplomazia, forse fumosa, di chi sa che la questione, in Catalogna come nei paesi baschi, comunque resiste. Lo dimostra la contestazione cui il 30 maggio scorso, nell'ultimo dei numerosi viaggi a Barcellona, il sovrano ha assistito: finale della Copa del Rey, Barcellona contro Athletic Bilbao, le due tifoserie si sono messe d'accordo per coprire coi loro fischi l'inno nazionale spagnolo. Il governo ha condannato il gesto, la Casa reale ha tenuto un profilo basso.

Re Felipe è così: osserva e sta attento a non commettere errori. È elegante e secchione, così preciso da risultare a tratti noioso. Anni luce dalle intemperanze di Juan Carlos – ricordate il «Por qué no te callas?» rivolto a Ugo Chavez nel corso del vertice iberoamericano del 2007? Del resto è per questo che, come ha svelato il libro della giornalista Ana Romero Final de partida , già nel 2013 l' entourage della Zarzuela lavorava affinché l'ex sovrano, isolato e fiaccato dai problemi fisici, cedesse il posto. A un figlio che, paradossalmente, è più vecchio stile: somiglia di più alla madre Sofia di Grecia, quella con più sangue blu di tutti. E che, non a caso, resta la più amata dagli spagnoli.

Twitter @giulianadevivo