Il governo vuole far cadere i primi cittadini. Ma loro replicano: "Non siamo fuorilegge"

È una lotta sul filo della legalità: tra abuso d'ufficio e ricorso costituzionale

Roma Abuso d'ufficio, blocco dei fondi destinati dal Viminale all'integrazione dei migranti, forse sospensione o addirittura revoca dalla carica pubblica. Ma che cosa rischiano davvero i sindaci che si sono ribellati a Matteo Salvini e non intendono applicare le norme previste dal decreto sicurezza nonostante l'avvertimento del ministro dell'Interno? Per il costituzionalista Stefano Ceccanti, in Commissione Affari Costituzionali per il Pd a Montecitorio, assolutamente nulla. «I sindaci definiti ribelli non si propongono di violare la legge ma al contrario di applicare correttamente le norme già in vigore prima dell'approvazione del decreto sicurezza che in effetti non sono mai state abrogate», spiega l'esperto di diritto costituzionale. Ceccanti fa riferimento a quanto già evidenziato dal giudice emerito della Consulta, Sabino Cassese, ovvero al fatto che il decreto sicurezza non modifica esplicitamente la legge del '98 in base alla quale viene consentito agli stranieri di essere iscritti all'anagrafe purché in possesso di un permesso di soggiorno, anche umanitario. L'articolo 13 del decreto voluto da Salvini stabilisce che il permesso di soggiorno rilasciato al richiedente asilo costituisce documento di riconoscimento ma non è più sufficiente a garantire l'iscrizione all'anagrafe e quindi ad ottenere la residenza. Senza iscrizione e senza residenza i migranti in questione non potranno più usufruire di una serie di servizi a cominciare da quelli sanitari. «I sindaci intendono impugnare un atto che ritengono illegittimo perché in contrasto con una norma vigente -prosegue Ceccanti.- Dunque questa iniziativa non ha nulla a che vedere con la disobbedienza civile o con l'obiezione di coscienza ma semplicemente con la corretta applicazione della legge». Un esempio di disobbedienza civile invece spicca proprio nel passato di Salvini che invitò i sindaci del Carroccio a non applicare la legge sulle unioni civili, approvata dal governo targato Pd, perché contrario alla registrazione da parte dei Comuni delle unioni omosessuali. Se la norma viene impugnata secondo Ceccanti il giudice avrà davanti due opzioni. Nel primo caso potrebbe verificare il conflitto con la norma del '98 e dichiarare quindi l'articolo 13 inapplicabile. Nel secondo invece la strada si allungherebbe. Il giudice potrebbe ipotizzare che l'articolo 13 presenti profili di incostituzionalità e che sia in contrasto tra l'altro con l'articolo 14 della Costituzione, e dunque rimandare la questione alla Corte che a quel punto dovrebbe decidere se davvero quelle norme appaiano in evidente contrasto con la nostra Carta Costituzionale. L'ipotesi che si possa arrivare ad interpellare la Consulta appare probabile anche al presidente emerito della Corte, Cesare Mirabelli. Certo Salvini non è disposto ad aspettare i tempi lunghi di un eventuale giudizio per vedere applicato il suo decreto.

Commenti
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Agrippina

Ven, 04/01/2019 - 09:46

Non è il primo caso e non sarà l'ultimo.In passato abbiamo visto amministratori che hanno disatteso leggi approvate dal Parlamento e decreti vari, penso alle unioni civili o alla distribuzione degli immigrati nei vari comuni.Poi la Lega ha una storia che è di totale eversione rispetto allo Stato Italiano ed alla Costituzione, ricordo ancora la vicenda dei serenissimi.Insomma al Viminale oggi siede chi ha una storia alle spalle che gli toglie ogni credibilità ed autorevolezza in termini di rispetto delle leggi e della Costituzione.

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giovinap

Ven, 04/01/2019 - 12:38

una domanda semplice semplice, in modo che anche un patano possa capire: per che avete messo in pagina solo l"effigie" di giggino? non era più giusto una foto di gruppo salah, giggino, orlando cascio , nardella, falcomatà.