La gratitudine che salva gli ospedali dal collasso

Massimo M. Veronese

Aveva vissuto lì, dove nessuno vorrebbe entrare mai, il tempo che era servito per guarire da una malattia dalla quale non sempre si guarisce. Nelle ore in cui il tempo non passava mai, l'ansia divorava gli attimi e l'angoscia ti aspettava davanti al letto la mattina appena sveglio, pensare agli altri era un po' pensare a se stessi. Ma anche un modo, come cantava Ligabue, di mettere in circolo l'amore.

Così quando ha lasciato il reparto di Oncologia di Treviso, come gesto di gratitudine per le attenzioni ricevute e con la generosità di chi dà anche a nome di altri, ha donato all'ospedale un ecografo palmare di ultima generazione per il posizionamento dei cateteri venosi da 15mila euro. E insieme una sonda per l'addome. All'ospedale si dicono grati, ma è lui che lo è a loro.

Ci sono gesti, nel mare magno dell'indifferenza, che si fanno largo a gomitate. Un imprenditore di Verucchio, Rimini, donò al Gaslini di Genova 800 mila euro dopo che i medici del pediatrico avevano salvato da un tumore al cervello il nipote di due anni. Con quella somma l'ospedale mise insieme una squadra di neuro-oncologia specializzata nel medulloblastoma, il tumore cerebrale maligno più frequente nell'infanzia. Disse: «Spero solo che qualcuno mi imiti».

A Parma moglie e figli di un malato curato amorevolmente per tredici anni hanno regalato al reparto Nefrologia dell'Azienda ospedaliero-universitaria di Parma sette macchinari per la dialisi per sostituire quelli vecchi; alla Cardiologia di Crema un paziente ha fatto arrivare un elettrocardiografo da 100mila euro e dopo la morte del figlio un'infermiera di Trieste ha lasciato 600 mila euro in eredità all'ospedale dove ha lavorato. E poi c'è Giovanni, 7 anni, quattro dei quali passati tra ricoveri, interventi e terapie. Prima di andarsene ha chiesto ai suoi genitori di comprare con i suoi piccoli risparmi un'attrezzatura per l'ospedale: «Servirà per gli altri bambini».

Raccontano le statistiche che sei milioni di italiani rinuncino alle prestazioni sanitarie perché non hanno soldi, che per garantire gli standard assistenziali il sistema sanitario nazionale abbia bisogno di 20 miliardi e che nei prossimi 5 anni, mancheranno 11.800 medici. Ma anche di dottori e infermieri che rimediano alle inefficienza e agli sprechi delle strutture con l'umanità che solo il buon cuore dei gesti individuali premia come merita. Gesti forse non rivoluzioneranno il mondo. Ma di certo lo migliorano.