Grillini in tilt sulle Province Si rimangiano l'ok alla riforma

Il testo che le ripristina siglato da 5s e Lega. Di Maio: «Si tagliano». La replica: «Cambiano idea ogni giorno, basta»

Toh, chi si rivede: le Province. Anzi no. Anzi sì. Anzi, bisogna aspettare che Conte torni dalla Cina, si riprenda dal jet lag e capisca che fare.

Il livello di confusione mentale nel governo grilloleghista è sempre più alto, e il risultato è uno solo: qualsiasi sia il tema, nessuna decisione verrà presa, ma in compenso Lega e grillini si azzufferanno come gang rivali, a colpi di slogan elettorali. Quello delle province è un caso da manuale: si scopre (lo rivelava ieri il Sole 24 Ore) che è stato predisposto dall'esecutivo un testo di «Linee guida per la riforma degli enti locali», che torna allo status quo ante. Le 107 province italiche, cioè, vengono ripristinate in tutto il loro splendore, con tanto di presidente e consiglieri eletti «a suffragio universale». In tutto, circa 2500 nuovi posti elettivi tra consiglieri e assessori: non proprio una bazzecola. A vidimare il testo, vergato su carta intestata della presidenza del Consiglio, sono stati due pezzi grossi gialloverdi: il sottosegretario all'Interno Stefano Candiani, leghista, e la viceministra all'Economia Laura Castelli, una delle menti più lucide della compagine grillina.

Quando Gigino Di Maio si sveglia, con calma tanto è sabato, scopre che la notizia del dietrofront sulle Province è esplosa, con le opposizioni all'attacco e l'ex premier Renzi che infierisce: «Pur di andare contro le scelte del nostro governo, fanno risorgere le vecchie Province. Questo è il Governo Del Cambiamento: diminuiscono i posti di lavoro, aumentano le poltrone».

Il vicepremier grillino si affretta a prendere le distanze: «Per me le Province si tagliano. Punto. Ogni poltronificio per noi deve essere abolito», tuona. Peccato che la sua collega di partito Castelli abbia condiviso il testo, come fa prontamente notare la Lega tramite velina dell'ufficio stampa: «Se è cambiato qualcosa i grillini ce lo spieghino». I Cinque stelle ribattono per le stesse vie: «La Lega inventa, evidentemente, per nascondere la sua volontà di mantenere un poltronificio senza senso. Noi vogliamo tagliarle, loro no e devono spiegare anche questo». Controreplica, sempre anonima, del Carroccio: «I 5 Stelle non possono cambiare idea ogni giorno su tutto. Un viceministro 5s lavora per rafforzare le Province, un altro ministro 5stelle lavora per chiuderle. L'Italia ha bisogno di un sì e di serietà, non di confusione». La rissa lievita, e a Pechino viene interpellato il premier Conte, che palesemente non sa neppure di cosa si parli: «Non entro nel dibattito, lo affronteremo quando tornerò», svicola coi cronisti che lo incalzano. Il leghista Candiani invita Di Maio a «stare tranquillo» e promette: «Andremo fino in fondo». Di Maio per ripicca spedisce un po' di grillini ad attaccarlo al grido di «basta sprechi», dimenticando di aver lui stesso votato contro l'abolizione delle Province, contenuta nella riforma Renzi. Le opposizioni attaccano: «È il governo della zuffa perenne, litigano su tutto e il paese è nel caos», dice il Pd Pedica. «Dalla Libia alla politica estera, alla politica economica, alla legittima difesa alle Province. La verità è che non c'è un governo. Non c'è mai stato», dice da Fi Renato Brunetta.