Come in guerra ai tempi di Dunkerque: viaggiatori rimpatriati al posto dei soldati

Ieri toccò ai militari assediati sulla Manica, oggi alla classe media

L a vacanza è finita. È lunedì e sono passate da poco le undici del mattino e davanti a una delle più antiche agenzie di viaggio di Dunkerque c'è una lunga fila in attesa. Molti chiedono il rimborso di biglietti già acquistati, altri sono preoccupati per figli e parenti vari. La piazza non è lontana dal porto, lì dove partono i traghetti per Dover. Al centro c'è la statua dell'ammiraglio Jean Bart, corsaro agli ordini di Luigi XIV, circondata dagli ippocastani e di fronte l'insegna della Thomas Cook. L'atmosfera che si respira è di un viaggio senza ritorno.

Il colosso delle vacanze organizzate è fallito. Tutto era iniziato immaginando gite fuori porta, ora i suoi aerei sono a terra, con 150mila turisti britannici e circa 500mila di altre nazionalità sparsi in ogni angolo del globo. È per questo che nella testa degli inglesi ritorna il fantasma di Dunkerque. Non c'è la guerra. Non ci sono i carri tedeschi che vanno di fretta caricando la spiaggia, lì dove le truppe di Sua Maestà si sono rifugiate, nel disperato tentativo di attraversare la Manica. Non c'è in ballo il futuro dell'Occidente. La domanda però è la stessa: come riportare a casa tutta questa gente. Questa volta non da Dunkerque ma da tutti e cinque i continenti. Il costo del fallimento e dei rimpatri sarà di almeno 600 milioni di sterline. Gli effetti si faranno sentire su tutta l'industria turistica, come una sorta di tsunami. Non c'è Winston Churchill a coordinare i rimpatri, ma c'è una task force dell'aeronautica. Ogni minuti arrivano gli allerta. «Ci sono 4500 passeggeri in Tunisia». «In quindicimila sono bloccati a Cipro». «Cinquantamila in Grecia». «Un numero spropositato negli Stati Uniti». Sono previsti dodici voli al giorno e per riportarli tutti a casa serviranno almeno due settimane. In questo c'è anche una piccola grana diplomatica con la Svizzera. L'operazione tutti a casa porta il nome di un'operazione di guerra americana, un bombardamento a tappeto dei B-29 americani, le superfortezze del cielo, contro il Giappone. Operazione Matterhorn. Il guaio è che Matterhorn è il nome tedesco del Cervino. L'ufficio del turismo di Zermatt ha protestato per il danno di immagine: «Matterhorn è un marchio internazionalmente protetto, un simbolo di vacanze tranquille e di qualità». Non vogliono insomma avere nulla a che fare con il fallimento della Thomas Cook.

Le conseguenze di questa storia in realtà non sono solo economiche. Ormai sempre più ci troviamo di fronte a qualcosa di non immaginabile fino a qualche tempo fa. È la caduta dei dinosauri e segna una frattura nel sentimento del tempo. È la fine di un'azienda pioniera nel turismo di massa, che considerava il viaggio un'esperienza estetica aperta a tutti, anche alla classe media. Una sorta di Grand Tour per chi non era nobile, intellettuale, artista o perdigiorno. Era il 5 luglio 1841. Quel giorno il tipografo Cook organizza da Leicester un'escursione fino a Loughborough e ritorno. È una gita di 11 miglia nella campagna del Derbyshire. L'idea di Cook è rivoluzionaria. A quel viaggio partecipano 570 persone che pagano appena uno scellino per un pacchetto di divertimenti che comprende il trasporto in treno su sedili in terza classe, un pranzo e uno spettacolo di gran gala. Tutto finisce 178 anni dopo perché il viaggio te lo organizzi da solo, magari low cost, direttamente da casa tua. Tutto finisce perché Thomas Cook non ha saputo reinventarsi e non sa neppure come riportare a casa i suoi clienti.