In guerra non si può andare disarmati

Siamo in guerra e in guerra non si può andare disarmati. La Corte di Strasburgo fa il suo lavoro e boccia l'ergastolo ostativo, parente stretto del 41bis. Uno dei non molti strumenti a disposizione dello Stato per fare pressione sul soldato di Cosa nostra e convincerlo a rompere il legame con l'organizzazione. L'ergastolo ostativo fa tabula rasa dei benefici, ma il bisturi del legislatore toglie in qualche modo la speranza del riscatto e del cambiamento. La pena non è più virtuale, come quasi sempre accade nel nostro Paese: diventa anzi una condanna senza fine. Senza sconti né bonus. Una catena pesantissima che toglie al prigioniero quel minimo di relazioni e rapporti oltre le sbarre, chiudendo a doppia mandata la linea dell'orizzonte. Siamo, secondo la Corte, alla violazione dei diritti umani ed è indubbio, in attesa della pronuncia della Corte costituzionale, che ci sia un cortocircuito rispetto alle aspettative disegnate dal nostro sistema penitenziario. Ma è altrettanto innegabile la specificità dell'Italia nel contesto continentale. Regioni intere del Paese sotto il tallone di una criminalità implacabile e feroce; oggi c'è' meno attenzione perché, incrociando le dita, le stragi degli anni Novanta sono lontane, quei picchi di emotività sono per fortuna un ricordo e la routine ci distrae in altre direzioni. Ma la battaglia non è finita, i soldati delle diverse organizzazioni mafiose sono centinaia, intere province, come viene ricordato tutti i giorni in qualche convegno, sono soffocate dallo strapotere dei clan. Le condanne e i processi sono un tratto fondamentale nel contrasto a Cosa nostra, camorra e 'ndrangheta, ma la vittoria arriva per davvero quando un membro chiude con la piovra e taglia i legami. Altrimenti anche dal carcere si danno ordini e si continua a delinquere e a vivere in quell'atmosfera basata sulla violenza e il ricatto. Ci sono boss che dalle celle hanno gestito traffici di droga, pianificato omicidi, controllato la riscossione del pizzo. La quadratura del cerchio è impossibile e però il pugno di ferro, che non vuol dire scendere nella scala buia e mortificante delle umiliazioni e delle privazioni, costringe il detenuto a riflettere fino in fondo su scelte e comportamenti che nemmeno il semplice ergastolo, e usiamo questa parola con tutta l'angoscia possibile, sembra poter mettere in discussione. Forse a Strasburgo hanno, con tutto il rispetto, una conoscenza non adeguata di quel che accade nel nostro Paese e forse un viaggio in Italia, meno romantico e incantato di quello celeberrimo di Goethe, aiuterebbe a capire il dramma che si vive quotidianamente nel Belpaese. Non è un alibi, sia chiaro, per attuare una politica repressiva, ma una questione di realismo. E solo chi ha una percezione esatta di un fenomeno può sperare di affrontarlo. Non si va a mani nude contro chi colpisce senza pietà.

Commenti

stefi84

Mer, 09/10/2019 - 17:22

Neppure la pena di morte negli Usa è riuscita a ridurre la criminalità, pensa di riuscirci l'Italia con l'ergastolo? Rispetto la sentenza della corte di Strasburgo.

killkoms

Mer, 09/10/2019 - 22:24

@stefi84,e cosa facciamo?lasciamo libertà di delinquere?