Ha raccolto 100mila necrologi «Incredibile, nessuno muore»

Giornalista esamina 2,5 milioni di annunci funebri: la morte citata solo 472 volte "Si manca, si scompare, ci si spegne, si lascia un vuoto incolmabile, si vola in cielo"

Esibisce l'ultimo trofeo: «Per sempre nella memoria degli ex dipendenti si è spento Gr. Uff. Lup Mann Conte Aldo Pozzo Ladr di Gr. Croc Figl di Putt Direttore Ereditario (Ciao Pà). Genova, 14 dicembre 2014». Poi, con fanciullesco candore, aspetta la reazione di sbalordimento: «Le era sfuggito, confessi. È uscito sulla Repubblica. Notevole, vero?». Il giornalismo è fatto di nascite, matrimoni, morti. Dopo 54 anni di professione, il collega Guido Vigna non ha ancora smarrito un vivo interesse per quest'ultime: «Tengo una statistica aggiornata. Fino a stamattina, sui quotidiani avevo letto 2.424.113 necrologi». E questo sarebbe ancora niente. Oltre 100.000 annunci funebri - i più poetici, i più mesti, i più stravaganti - li ha ritagliati e catalogati in cartelline che gli ingolfano lo studio nella sua casa di Mantova.

Caporedattore centrale del Corriere Medico e poi del Mondo in pensione dal 1999, Vigna può dire d'essere sopravvissuto a un necrologio: il proprio. Lo stesso che venne compilato per Walter Tobagi: «Lavoravamo insieme al Corriere d'Informazione. Entrambi ci occupavamo di terrorismo. Il direttore, Cesare Lanza, doveva decidere chi dei due nominare capo della redazione romana al posto di Guido Gerosa. Alla fine scelse me, distogliendomi così dalle cronache sulle Brigate rosse che costarono la vita al povero Walter». Vigna ha ricambiato la grazia ricevuta vergando, su precisa istanza di Lanza, il necrologio da pubblicarsi in caso di decesso del suo ex direttore, il quale per il momento continua a frequentare ristoranti, casinò e belle donne: «È morto Cesare Lanza. Nonostante la mole, è volato sino alle porte del paradiso e ora si gioca a dadi con San Pietro l'ingresso». Nell'occasione, Massimo Donelli, anch'egli cresciuto nella redazione di quello che veniva chiamato Corinf, ha voluto offrire un contributo più tacitiano: «È morto Cesare Lanza. Era un uomo tutto case e famiglie».

Vigna, 73 anni l'11 febbraio, avrebbe voluto fare lo psichiatra. Invece, uscito dal liceo scientifico, la zia farmacista lo raccomandò a un cliente ipocondriaco, Marco Bacchi, che di mattina insegnava nelle scuole elementari e di pomeriggio batteva le caserme dei carabinieri per Il Resto del Carlino. «Era il 1961. Venni ammesso come abusivo nella redazione di Mantova. Lavoravo dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 20, più l'eventuale turno serale. Primo stipendio: 4.000 lire mensili. Un operaio ne guadagnava 50.000». Tre anni dopo, nominato vicecaporedattore, la paga gli fu innalzata a 35.000. «Per mia fortuna scrivevo da Mantova per Il Giorno diretto da Italo Pietra, dove arrivavo a 200.000 lire al mese. Come tutti i poveri, con il primo stipendio mi comprai un giubbotto di renna da ricco. Ce l'ho ancora. Perfetto». Purtroppo si mise di mezzo il sindacato. «L'Associazione lombarda dei giornalisti mi denunciò alla Procura per esercizio abusivo della professione. Una forzatura con il lodevole proposito di costringere l'editore Attilio Monti ad assumermi. Invece il direttore del Carlino, Giovanni Spadolini, anziché regolarizzarmi, mi spedì una raccomandata con l'ordine di restituire le chiavi della redazione. Fui assolto da un pretore che si serviva nella tabaccheria di mio padre: fece ricadere i due reati nell'amnistia per il ventennale della Liberazione».

E a quel punto che accadde?

«Un amico mi segnalò a Giancarlo Galli, braccio destro di Leonardo Valente, direttore del nascente Avvenire, che mi assunse. Nel 1970, ancora praticante, Gianni Locatelli convinse Pietra a chiamarmi al Giorno. Stipendio triplicato. Gomito a gomito con Gianni Brera e Giorgio Bocca, al quale bisognava dare del lei. Stava sulle balle a tutti per la sua supponenza. Il contrario di Giampaolo Pansa, il più grande inviato speciale che io abbia conosciuto: il primo ad arrivare sul fatto, l'ultimo ad andarsene».

Poi lei passò al Corinf .

«Lo dirigeva Gino Palumbo, al quale succedette Lanza. La miglior redazione che si sia mai vista in Italia: oltre a Tobagi e Donelli, c'erano Ferruccio de Bortoli, Vittorio Feltri, Guido Vergani, Gian Antonio Stella, Gigi Moncalvo, Edoardo Raspelli, Paolo Mereghetti, Gianni Mura. L'unico mio pezzo che ho conservato è uno scoop di quel periodo».

Che genere di scoop?

«Fui l'unico, nel 1975, a intervistare i genitori e le due sorelle di Mara Cagol, compagna di Renato Curcio, uccisa in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Ci riuscii solo perché fino ai 13 anni ero stato amico di giochi di Mara durante le vacanze estive a Trento, nella casa di mia zia Vanda, la stessa dove abitavano i Cagol. Alla sorella Milena era toccato riconoscere la salma. Mi raccontò che il procuratore le aveva detto: “Le hanno sparato mentre si arrendeva con le mani alzate”».

Da quando cataloga i necrologi?

«Dal 9 giugno 1969, giorno in cui morì mio padre, con 400.000 lire di debiti. Per il suo funerale dovetti usare i risparmi che mi ero messo da parte per il matrimonio. Portai alla concessionaria di pubblicità della Gazzetta di Mantova questo necrologio: “È morto Nelson Vigna”. Mi risposero: “Impossibile”. Volevano farmi scrivere: “È improvvisamente mancato all'affetto dei suoi cari Nelson Vigna”. Nove parole invece di quattro. Fatturavano anche le virgole».

I necrologi dovrebbero essere pubblicati gratis. I giornali americani non si fanno pagare gli obituaries . E dedicano ai defunti ampi ritratti.

«Infatti quando Steno Marcegaglia, editore della Voce di Mantova, mi chiese qualche consiglio, gliene diedi uno solo: non far pagare le necrologie. Mi ascoltò. Ci sono due indicatori sullo stato di salute della stampa: annunci mortuari e lettere. Come ideatore del premio Ferrari Titolo e Copertina dell'anno e del concorso Caro Direttore, consulto ogni giorno decine di testate e noto che entrambi stanno calando vistosamente».

Secondo lei le necrologie si commissionano per onorare i morti, per confortare le loro famiglie o per vantarsi dell'amicizia con il caro estinto?

«“Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela, Mariangela”, ripetuto 13 volte, con la firma Ornella Vanoni, uscito sul Corriere della Sera l'11 gennaio 2013 per la morte della Melato, che scopo avrà avuto?».

La Melato non rispondeva.

«Stando ai miei calcoli, Gianni Agnelli è il defunto italiano che ha goduto del maggior numero di partecipazioni. Su Corriere, Repubblica e Stampa nei giorni successivi alla sua morte ho contato ben 1.234 annunci, 620 soltanto sul quotidiano di famiglia».

Quando il figlio Edoardo Agnelli morì suicida, Giovanni Malagò, oggi presidente del Coni, partecipò al lutto del padre Gianni su Stampa , Corriere , Repubblica e Messaggero . Si arrabbiò perché gli feci notare sul Giornale che sarebbe bastato un solo annuncio. Anni dopo mi chiese scusa.

«Aggiungendo Sole 24 Ore, Messaggero e Giornale, l'Avvocato ebbe più di 2.000 necrologi, compreso un imbarazzante “Fiat voluntas Gianni”, proprio perché è invalsa l'abitudine di pubblicare testi eguali su più giornali onde farsi notare».

Il 20 agosto 1954, all'indomani della morte di Alcide De Gasperi, sulla Stampa si potevano leggere solo le necrologie dei signori Buratti, Giorelli, Ghirardo, Chiavarino, Trifiletti e Rastrelli. Nessuno che piangesse lo statista, manco la Fiat.

«Se penso alla caterva di annunci usciti per la morte di Giulio Andreotti... Io sono fermo a Giovanni Marcora. Pranzavamo insieme almeno una volta al mese e gli telefonavo ogni mattina, alle 7 in punto, per avere notizie. Nel portafogli teneva, riassunto, il bilancio dello Stato».

Che osservazioni si possono fare sul linguaggio dei necrologi?

«È il trionfo dell'ipocrisia e la fiera delle vanità. Muoiono tutti “dopo una vita completamente dedicata alla famiglia e al lavoro”. Eppure, secondo le statistiche, 9 milioni d'italiani vanno a puttane tutte le sere. Le mogli che annunciano la perdita del marito parlano sempre di “vuoto incolmabile”, formula usata da due signore per due volte consecutive, essendo rimaste vedove appunto due volte, e da un'altra signora per ben tre volte. Frequente l'espressione “è scomparso”, anche “silenziosamente, come una bolla di sapone”. Oppure “si è spento”, memorabile nella versione in morte di una scrittrice, apparsa sul Corriere nel 2001: “Si è spenta Luce d'Eramo”. In ascesa “è nato a una nuova vita”, “si è seduto al banchetto celeste”, “ha raggiunto il silenzio perfetto”, “ha terminato il suo pellegrinaggio terreno”. Mi sono imbattuto pure in “è stato fischiato un ingiusto fuorigioco e tu sei uscito dal campo della vita” e “ha imboccato la via di mille e una cometa”. Di gran moda “già mi manchi”».

Cimitero, il luogo comune.

«Per chi resta in questo mondo, la morte di un congiunto è sempre inaspettata: “Improvvisamente è passata dalla vita al sonno eterno Irma Finzi vedova Finzi di 107 anni e lascia stupiti e affranti le figlie, i nipoti e i pronipoti”. Su quasi 2 milioni e mezzo di annunci funebri che ho vagliato, l'espressione “è morto” ricorreva solo 472 volte. Si preferisce “è mancato”. Ma ho raccolto anche “rien ne va plus: ti seguirò ovunque andrai”; “quando arrivi telefonaci e raccontaci com'è andato il viaggio”; “Giulia, stavolta ce l'hai fatta grossa”. In gran spolvero “che la terra ti sia lieve”, nonostante nella fossa ormai ci vadano in pochi: si preferiscono i più economici forni crematori».

Aveva ragione Totò: la morte è 'a livella , rende uguali.

«Invece no. I religiosi entrano subito nella Casa del Padre. Stando ai necrologi che ho raccolto, il privilegio tocca solo a 7 defunti su 100. Gli altri 93 devono aspettare in purgatorio o finiscono dritti all'inferno, ma non si deve dire. Non parliamo poi dei nobili. Cancellati dalla Costituzione, tornano a vivere con i loro titoli, come il napoletano “Don Fabio Tomacelli Filomarino, Principe di Boiano, Duca d'Atri, Cavaliere dell'I.R.O. di San Gennaro, Balì Gr. Cr. di Giustizia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, Cavaliere di On. e Dev. del S.M.O. di Malta”, sul Corriere , 2003».

Ci si distingue anche nell'aldilà.

«Eccome. “Quando morire significa non dove dire: ‘Caspita non ne avevo proprio voglia'. Eugenio (Eoka) Casaroli», Corriere, 2002. “Gli alberi sono il tesoro della terra e noi oggi, senza il nostro Pino, siamo tutti più poveri” per Giuseppe Brunetti, detto Pino, Gazzetta di Mantova, 2003. Ecco un necrologio nell'anniversario della morte di un investitore interessato alla Borsa: “Sandro Onestinghel. Nulla di fatto per la patente, confesso. Ma cerco di diventare più precisa a modo mio e ti penso con affetto mentre guardi felice l'andamento delle Recordati. Giulia”, Corriere, 2014».

Lei partecipa al lutto degli amici attraverso la Gazzetta di Mantova ?

«Per me l'amicizia è il sentimento più nobile che ci sia, ben più dell'amore. Di amici veri ne hai uno o due al massimo. Il mio era Mauro Saviola, un imprenditore che riciclava gli scarti del legno per impedire che venissero tagliati i boschi. L'ho ricordato comprando un rovere alto 30 metri, nella Valle dei Mocheni. È uno degli 80 alberi monumentali del Trentino. Il proprietario voleva segarlo per farne legna. Ci ho messo una targhetta d'ottone con il nome di Mauro. Ogni tanto vado a trovarlo».

Le è capitato di scrivere necrologi?

«Sì, quello dell'editore Angelo Rizzoli senior. Quando morì, non c'era niente di pronto nell'archivio del suo giornale».

Non posso crederci.

«È così. Misteri del Corriere . Dall'archivio di via Solferino sono sparite anche tutte le cartoline. In tempi lontani, i giornalisti che andavano in viaggio o in vacanza avevano l'obbligo di spedire un souvenir alla redazione, da utilizzarsi in caso di calamità naturali in quel luogo o per altri usi iconografici. Comunque poi di coccodrilli (pezzi biografici che i giornali tengono sempre pronti in caso di morte improvvisa dei personaggi famosi, ndr) ne ho compilati almeno 200».

Che condanna.

«Che guadagno. La Rai li aveva commissionati a un portaborse della Confindustria in quota al Pli. Non sapendo scrivere, li subappaltò a me: 20.000 lire l'uno».

Ma lei che rapporto ha con la morte?

«Non me ne frega niente. Non ci penso».

Si è già scritto il necrologio, come fece Indro Montanelli?

«No. Però provvedo subito: “Ha creduto di morire dopo aver creduto di vivere”. Sono convinto che noi non viviamo: c'illudiamo di vivere. Quindi non moriamo. È solo il sogno che cambia. Mi piacerebbe scriverci un romanzo, se ne sono fossi capace».

(740. Continua)

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

 

Commenti
Ritratto di stock47

stock47

Dom, 08/02/2015 - 17:59

L'ipocrisia colora le cose brutte e ovvie con una coperta di falsità da vomitare. Niente di strano che nessuno "muore" mai, svanisce in evanescenza e in gloria.

eloi

Lun, 09/02/2015 - 17:58

Se analiziamo la cultura degli aborigeni troviamo la credenza: Quando uno è in vita è nel "quanto" pensando che, in attesa di tornarci, quando sarà morto vivrà nel "sempre"

salvatore40

Mer, 18/02/2015 - 22:44

Si può scrivere qualsiasi cosa.Anche gli eufemismi aiutano a morire,anzi a vivere. La vita è bella di Benigni è un continuo eufemismo teso a coprire una tragedia senza eguali.Siamo tutti comici!