I dubbi della legale della famiglia Orlandi: "Perché pensare a Emanuela e a Mirella?"

La Sgrò: nessuno ci dice nulla su quelle ossa, dobbiamo attendere gli esami

«Non sappiamo nulla. Ma ci chiediamo: perché fin dal primo momento gli inquirenti hanno pensato che i resti potessero appartenere a Emanuela o a Mirella?». Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi, si chiede su quali certezze si basa la Procura prima di effettuare gli esami sulle ossa rinvenute a villa Giorgina, ovvero nella sede della Nunziatura apostolica a Roma. Perché, in particolare, pensare più a Mirella che a Emanuela? «Non sappiamo nemmeno quando sono state portate alla luce - ribadisce al Giornale l'avvocato Sgrò -, per ora ci dicono solo che dobbiamo attendere i risultati di laboratorio, ovvero altri otto, dieci giorni». Tanti, troppi persino per le famiglie Orlandi e Gregori anche se «abituate» ad aspettare la verità da più di 35 anni. «Chi per primo ha associato questa vicenda a quella di mia sorella?», chiede Pietro Orlandi. «Anche su questo - prosegue - attendiamo risposte».

Interrogativi inquietanti sulle due ragazze scomparse nella primavera del 1983, che porterebbero a un'ipotesi: i primi esami comparativi con il Dna sia di Mirella Gregori sia di Emanuela Orlandi li avrebbe effettuati la gendarmeria vaticana e li avrebbe disposti la magistratura pontificia prima che i referti passassero, poi, al Tribunale e alla squadra mobile di Roma, dopo una rogatoria con lo Stato italiano. I codici genetici delle due 15enni, del resto, da anni sono in mano agli investigatori della Santa Sede, quelli di Emanuela da sempre essendo cittadina vaticana, quelli di Mirella almeno dal 2013 quando per l'ennesima volta si riapre il caso Orlandi alla luce delle rivelazioni di un personaggio ambiguo, Marco Fassoni Accetti.

L'uomo, considerato un mitomane, porta gli inquirenti a un appartamento in via di Santa Teresa, vicino Corso Italia, dove la Gregori avrebbe dormito nei giorni successivi alla sua scomparsa. Per avvalorare la sua testimonianza consegna un flauto che sarebbe appartenuto alla Orlandi. Dichiarazioni ritenute non attendibili. Tanto che il caso viene chiuso per l'ennesima volta nel 2016 nonostante l'avvocato Sgrò abbia più volte chiesto di ascoltare, in carcere, il boss di Cosa Nostra Pippo Calò, uno dei pochi sopravvissuti della mafia in affari con la banda della Magliana negli anni del rapimento di Emanuela. Nonostante le richieste insistenti del legale di Pietro Orlandi, Calò, oggi 87enne, non è stato mai ascoltato.

Ieri pomeriggio, intanto, sono cominciate le analisi sui resti trovati a villa Giorgina. «A un primo esame non sembrano degradati anche se interrati in un terreno umido», dice Gianni Arcudi, direttore dell'Istituto di Medicina legale dell'Università Tor Vergata. «Dobbiamo pulire, catalogare e ricomporre le ossa - prosegue il professore -, poi si vedrà se possibile estrarne il Dna. Le ossa, proprio come il Dna, parlano a patto di trattarle con cura, altrimenti restano mute. Per prima cosa bisognerà pulirle, dopo inizieremo l'analisi vera e propria per stabilire sesso, età e altezza dei soggetti cui appartenevano. E, possibilmente, le cause del decesso».

Commenti

titina

Mar, 06/11/2018 - 13:08

Anche se si tratta di altra persona, si tratta sempre di omicidio commesso in Vaticano