I foreign fighter dell'Isis e un allarme inascoltato. È una strage islamista

Le autorità incolpano Ntj, un piccolo gruppo incapace di progettare una mattanza simile

Una strana, ambigua reticenza circonda la mattanza di Colombo e Batticaloa. La responsabilità jihadista e il probabile coinvolgimento di alcuni militanti dell'Isis rientrati di recente dai territori siriani dello Stato Islamico viene taciuta o fatta trapelare a denti stretti dalle autorità dello Sri Lanka. Come se riconoscere la matrice islamica della strage fosse imbarazzante e sgradevole. Certo lo è, e molto, per il governo di Colombo che ha apertamente sottostimato gli allarmi della polizia e i segnali premonitori dell'attacco. Fra questi ultimi il più inquietante era la scoperta a fine gennaio, in una località chiamata Wanathawilluwa, di un campo d'addestramento dell'Isis dove erano state ammassate vaste quantità di tritolo ad alto potenziale. Secondo gli inquirenti l'esplosivo sarebbe dovuto servire per distruggere i monumenti buddisti dell'antica città di Anuradhapura. A coordinare gli attentati un imam catturato in una cittadina non distante dal campo d'addestramento. Mancavano, e continuano a mancare all'appello, però, almeno cinquanta sospettati considerati i componenti della cellula responsabile del campo. Molti di quei fuggitivi erano militanti del Califfato, rientrati nell'isola dopo la caduta di Raqqa e la successiva débacle siriana dello stato Islamico. Il vero punto interrogativo è se questa cinquantina di reduci sia riuscita a prendere le redini della piccola e misconosciuta organizzazione jihadista conosciuta come National Thowheeth Jama'ath, a cui gli inquirenti attribuiscono la paternità delle stragi. Fino a oggi il Ntj era conosciuto solo nello Sri Lanka e solo per avere danneggiato alcune statue buddiste. Secondo molti esperti il gruppo non avrebbe come obiettivo l'insurrezione e la creazione di uno stato di stampo islamico, ma la diffusione del jihadismo «per creare odio, paura e divisione nella società». Il tentativo di attribuire la responsabilità a un gruppo privo di esperienza militare e difficilmente in grado di assemblare i potenti ordigni usati nelle stragi è probabilmente legato alle inefficienze che hanno permesso il rientro nell'isola dei veterani dello Stato Islamico e la loro successiva fuga dopo la scoperta del campo di addestramento. Anche la conclusione secondo cui quell'ingente quantitativo d'esplosivo fosse destinato semplicemente alla distruzione di alcune statue appare abbastanza superficiale. Inoltre del tritolo ad alto potenziale, proveniente con tutta probabilità da depositi militari, ben difficilmente può arriva dall'estero soprattutto nel caso di un'isola stato come lo Sri Lanka. Quindi all'origine delle stragi vi sarebbe la sottrazione dell'esplosivo da depositi dell'esercito o da vecchi arsenali del Ltte, l'organizzazione separatista delle cosiddette Tigri Tamil distrutta nel 2009 dopo una ventennale sanguinosa guerra civile condotta sia nella zona di Batticaloa, sia nel nord del paese. Ammettere una presenza dell'Isis e la sua capacità di accedere ad arsenali di esplosivo ad alto potenziale equivarrebbe, però, ad ammettere l'impreparazione delle forze di sicurezza e le carenze dei controlli nonostante le segnalazioni ricevute nei dieci giorni precedenti le stragi. Del resto andando indietro nel tempo risulta potenzialmente imbarazzante anche la provenienza sociale di molti militanti dell'Isis partiti dallo Sri Lanka alla volta della Siria e dell'Iraq. Almeno 32 terroristi originari dell'isola venivano identificati nel 2016 come rampolli di famiglie assai in vista del paese. Insomma un terrorismo da «quartieri alti» che ricorda molto l'origine e le pregresse impunità di quei jihadisti del Bangla Desh responsabili, nel luglio 2016, dello sgozzamento di nove italiani presi in ostaggio in un ristorante di Dacca.