I francesi e quella voglia di un blitz sulle Generali

L'idea di vendere le attività transalpine del Leone ad Allianz per favorire una fusione con Axa

Si riapre la partita francese, rimasta in sospeso in attesa del referendum. È la storia dell'avanzata strisciante verso la vecchia «Galassia del Nord», cioè il sistema di potere finanziario - un po' ammaccato e arrugginito - sintetizzabile nella catena che va da Unicredit, che è il primo azionista di Mediobanca con l'8%, alle Generali, la cui quota maggioritaria del 13% sta in pancia a Piazzetta Cuccia.

Proprio ieri, nelle pieghe del post referendum, il Giornale ha intercettato indiscrezioni secondo le quali il numero uno delle Generali, Philippe Donnet, sarebbe in partenza per Monaco di Baviera dove, insieme ai consulenti di Morgan Stanley, avrebbe un appuntamento nel quartier generale di Allianz per parlare di Generali France. Alla controllata transalpina del gruppo italiano sarebbero interessati i rivali tedeschi di Allianz e lo avrebbero fatto capire in questi mesi. L'eventuale cessione della Francia non è la prima volta che viene presa in considerazione dalle Generali: era stata prospettata recentemente dal top management a consiglieri e soci della compagnia. Che però non hanno dato il via libera. Le perplessità, espresse soprattutto dai grandi azionisti italiani (Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone su tutti), sono legate al rischio di un eccessivo alleggerimento del gruppo, che già viene da un triennio di importanti cessioni. Ma adesso la cosa potrebbe assumere un altro rilievo: l'uscita dalla Francia, oltre ad essere coerente con l'obiettivo dichiarato da Donnet di puntare solo ai mercati che crescono bene, avrebbe il vantaggio di eliminare la maggiore tra le potenziali sovrapposizioni commerciali in vista di un matrimonio con Axa, il colosso assicurativo francese. L'operazione potrebbe svolgersi in vari modi. Il più gettonato è quello di un'offerta pubblica di scambio che Axa lancerebbe su azioni Generali, trovandosi poi a controllarla (oggi Axa vale 2,5 volte il Leone). Ma Axa potrebbe anche rivolgersi direttamente ai grandi soci italiani (che in tutto valgono circa il 20%), liquidarli a un buon prezzo, e poi procedere a un'aggregazione senza passare dal mercato.

Di un interesse di Axa per Generali si parla da circa trent'anni. Ma la cosa è tornata d'attualità negli ultimi mesi complice una clamorosa serie di coincidenze societarie e personali: quello che è accaduto di nuovo nella finanza italiana dopo la crisi è stato il rafforzamento di un francese, Vincent Bolloré, nel capitale di Mediobanca, dove ha ormai una quota analoga a Unicredit, che però si è nel frattempo indebolita. Bollorè è anche divenuto padrone di Telecom tramite il gruppo media Vivendi. Poi, nelle Generali, è arrivato Donnet, che proveniva proprio da Axa, oltre a sedere nel cda di Vivendi, dove aveva conosciuto Bolloré. Donnet, a sua volta, è un vecchio amico di Jean Pierre Mustier, da pochi mesi arrivato al vertice di Unicredit, dopo aver fatto gran parte della sua carriera alla Societe Generale. In altri termini nei gangli della Galassia si è via via insediato un affiatato gruppo di potenti finanzieri e manager francesi.

E ora il momento è propizio: l'esito del referendum da una parte ha tolto al Paese un governo che sembrava dover durare a lungo, dall'altra ha aperto un profondo vuoto di potere; creando così le condizioni ideali per preparare un blitz della finanza francese. Anche perché è stato durante lo stesso governo Renzi che si sono consolidati i presupposti per l'avanzata dei transalpini: in Mediobanca l'ex premier aveva nell'ad Alberto Nagel un interlocutore abituale e questi si muove in sincronia con Bolloré. Il quale infatti, in questi ultimi due anni, prima ha avuto la strada spianata per prendersi Telecom; poi ha attaccato duramente il fianco piú debole del gruppo Berlusconi, con il gran rifiuto di onorare il contratto per rilevare Premium da Mediaset. Nello stesso tempo in Unicredit è arrivato Mustier, senza che il governo avesse nulla da eccepire: ha avallato, oppure ha guardato dall'altra parte. Sta di fatto che Mustier sta ora quantificando in oltre 10 miliardi la necessità di capitale per la banca milanese. Una cifra tanto elevata da far tornare in auge la fusione con un altro colosso francese: proprio la Societé Generale da cui egli arriva. E che, forse non a caso, all'indomani del disastroso referendum renziano si è aggiudicata, tramite la controllata Amundi, la trattativa in esclusiva per acquistare da Unicredit il risparmio gestito (gruppo Pioneer). In lizza c'erano anche le Poste, controllate dal Tesoro, per un'operazione che, vista la mole di debito pubblico nei portafogli dei gestori, era strategica per il Paese. Ma Unicredit ha preferito trattare con Amundi.