Per i liberi professionisti in arrivo vitalizi da fame

Le Casse di provvidenza nate nel 1996 devono tenere i conti in ordine. Ci rimettono gli iscritti

I pensionati del futuro saranno poveri. Quest'affermazione, che può sembrare apodittica, ha un suo fondamento statistico e dunque la si può interpretare come una certezza per i quarantenni di oggi che tra più di 25 anni sperano di ritirarsi dal mondo del lavoro, ove mai ne avessero ancora uno. La dimostrazione scientifica delle pensioni da fame che spettano agli iscritti alle casse previdenziali di oggi è stata fornita da uno studio curato da Itinerari previdenziali per le casse professionali istituite con la legge 103 del 1996 (per gli addetti ai lavori semplicemente «Casse del 103») e citato ieri da Italia Oggi.


Innanzitutto, va chiarito l'universo di riferimento. Lo studio prende in esame gli iscritti agli enti di previdenza dei biologi (Enpab), degli psicologi (Enpap), degli infermieri professionali (Enpapi), dei periti industriali (Eppi) e quello pluricategoriale (Eppi). Sono istituzioni pensionistiche e assistenziali con oltre 160mila iscritti e che funzionano grosso modo come l'Inps, ma essendo giovani ogni anno ricevono contributi superiori alle pensioni che erogano (14 iscritti per ogni beneficiario), mentre per l'Inps invece il rapporto è circa uno a uno. Sono talmente diverse le «Casse del 103» dall'istituto guidato da Boeri che la fascia d'età più rappresentata è quella compresa tra i 31 e i 45 anni (48,3% del totale). Insomma, tutto sembrerebbe andare per il meglio se non fosse per un piccolo dettaglio: il tasso di sostituzione, ossia il rapporto fra l'assegno pensionistico e l'ultimo reddito, è del 20 per cento. Questo significa che se un infermiere guadagna 2mila euro al mese andrà in pensione con 400 euro. Anche allungando le proiezioni su un orizzonte trentennale la situazione non migliora perché si giunge a un tasso di sostituzione di poco superiore al 30 per cento. In generale, va meglio agli iscritti alla gestione separata dell'Inps che possono sperare di recuperare una pensione pari al 65% dell'ultimo reddito (1.300 euro sui 2mila dell'esempio precedente). Il che non appare come una prospettiva esaltante.


Questa prospettiva allucinante ha tre cause. La prima è l'età relativamente giovane di queste casse previdenziali. La seconda è l'importo limitato di versamenti contributivi che esse richiedono. La terza è nella natura poco remunerativa del sistema contributivo stesso. La simulazione, come detto, torna utile per anticipare la sorte che tocca ai lavoratori di oggi, siano essi laureati, professionisti oppure no. Tant'è vero che alcune «Casse del 103» hanno adottato formule di integrazione del montante contributivo con la promessa di assegni futuri più sostanziosi. La «pensione integrativa» dei professionisti viene, in questo modo, preparata dallo stesso ente. Un'altra formula, ricorda Italia Oggi, è quella di aggiungere al montante contributivo i proventi dell'ente previdenziale o addirittura le riserve. Si tratterebbe di un'anticipazione del sistema a capitalizzazione pura, cioè quello per il quale ogni iscritto vede maturare sul suo conto i frutti della gestione del fondo di previdenza. Quello che era l'obiettivo della riforma Dini è diventato una chimera perché i contributi di oggi pagano più o meno ovunque le pensioni di ieri con il sistema retributivo, cioè commisurate agli stipendi e no ai versamenti.


L'ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano (Pd), ha proposto di creare una sorta di pensione minima per i contributivi per garantire almeno 500 euro mensili futuri e non scoraggiare i versamenti. In realtà, quello che scoraggia è la doppia imposizione sui proventi delle casse previdenziali su cui Renzi ha costruito parte del bonus da 80 euro. I minori rendimenti generati dal fisco vorace mostrano ai quarantenni di oggi la loro vera faccia.